Page 50 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Le/io Logorio


          Libano.  Faranno  bene.  Il  nostro  apparato  militare  sa  preparare  bene i  nostri
          reparti, in particolare quelli più accreditati. E in Libano abbiamo o avremo para-
          cadutisti, fanti di marina, lagunari, bersaglieri, carabinieri, cavalleggeri, forse alpi-
          ni, soldati di "serie N', sanno cosa fare  e come farlo.
             Non è la prima volta che ci troviamo da quelle parti. Siamo già stati, infatti,
          in Medio Oriente negli anni Ottanta: e a lungo. Andò bene. E andrà bene anche
          stavolta  ... Ma ... Fra oggi e allora ci sono differenze, differenze di cultura poli-
          tica  nazionale, di quadro  politico,  di  contesto internazionale,  di  situazione sul
          campo. Differenze che rendono la spedizione di oggi più difficile e più rischio-
          sa. Non voglio fare paragoni, tipo "ieri, quando c'ero io, tutto OK, oggi che io
          non ci sono, chissà". Non voglio far ridere. Però, sottolineare qualcosa delle spe-
          dizioni degli anni Ottanta, qualche distinzione  fra  ieri e  oggi, può essere utile
          perché vedere le diversità aiuta a capire meglio le cose; e le differenze dicono che
          oggi, assai più di prima, dobbiamo stare in guardia, molto molto in guardia.
             Su cosa fu il Libano negli anni Ottanta, perché ci mobilitammo, cosa c'era in
          gioco, può valere un piccolo aneddoto.
             Estate  '82.  Quando  al  ministero  della  Difesa  fu  tutto  pronto,  chiesi  al
          Presidente del Consiglio di ricevermi. A Palazzo Chigi c'era Giovanni Spadolini,
          un italiano di  stampo risorgimentale con echi ottocenteschi nel cuore. Fissò di
          vedermi di notte, come faceva quando non voleva curiosi d'attorno. A Palazzo
          Chigi non c'era nessuno.  In quelle grandi stanze deserte si  respirava una certa
          aria  ... come dire? ... sì, c'era una certa aspettativa. Al Premier presentai nei par-
          ticolari cosa la Difesa aveva preparato e poi presi a parlargli delle ricadute poli-
          tiche possibili di quella spedizione militare: l'Italia che per la prima volta dopo
          la fine  della Seconda Guerra mondiale usciva in forze dal suo guscio; la nostra
          Italietta repubblicana che ora si muoveva come una potenza regionale. Spadolini
          si alzò in piedi di scatto e rosso in volto per una travolgente emozione mi gridò:
          «Ma  questa  è  una  nuova  Crimea!  Noi  siamo  come  il  Piemonte  all'alba  del
          Risorgimento! Io sono Cavour!! Tu sei Lamarmora!».
             In effetti. ..  Dalla  fine  della  Seconda  Guerra  mondiale,  traumatizzati  dalla
          sconfitta  militare  che  ci  aveva  travolti  e  annientati,  non  avevamo  mai  messo
          piede fuori dall'uscio di casa.  La Repubblica aveva scelto un basso profùo mili-
          tare, delegata la sicurezza alla NATO, poca importanza a temi della Difesa, poca
          considerazione per le  Forze Amate, diffidenza verso gli alti comandi, negligen-
          za verso il corpo degli ufficiali,  scarsi soldi, scarsi mezzi.  Badate:  tale  scelta, in
          fondo,  corrispondeva  al  clima  complessivo  della  Nazione.  Lo  Stato  era  una
          "repubblica di partiti" e i partiti maggiori, per una ragione o  per un'altra, non
          avevano orecchio per le cose militari. L'antica regola che non c'è politica estera
          se non c'è un'adeguata forza militare sembrava una bestemmia; e poco interes-


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