Page 175 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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dente e credibile l’impegno di Washington alla difesa europea con l’impiego di tutti i
mezzi disponibili”, sull’implicito presupposto che consistenti perdite di vite americane
siano il modo più sicuro di scatenare l’auspicato “effetto Pearl Harbour”. Non a caso,
nell’ultima decade della guerra fredda, una delle ipotesi considerate dagli analisti occi-
dentali era quella di un attacco sovietico “chirurgico”, in grado di evitare le forze ame-
ricane. Questo fu uno dei motivi, o almeno dei pretesti, che indusse la NATO a spingere
l’integrazione militare sul fronte centrale sino al livello Corpo d’armata. Saddam Hus-
sein fece invece un calcolo opposto, e cioè che un elevato numero di perdite in una
secondaria guerra coloniale avrebbe determinato l’”effetto Vietnam”, mobilitando
l’opinione pubblica americana contro l’intervento per la liberazione del Kuwait.
Secondo Jean le attuali tendenze verso una più stretta integrazione multinazionale
in ambito atlantico ed europeo sono in realtà bilanciate e frenate dall’opposta tendenza
verso la “rinazionalizzazione della difesa”. Ciò deriva dal fatto che “i conflitti non
possono più essere controllati in termini di equilibri globali, ma solo a livello regionale
o addirittura subregionale”, dove i differenti interessi nazionali tendono più facilmente
a prevalere su quelli comuni.
Ma a sua volta anche questa tendenza è naturalmente frenata da vari fattori politici
e strutturali. Da un lato le resistenze delle istituzioni multinazionali e degli Stati che
per varie ragioni non vogliono o non possono dotarsi di autonome capacità militari e
temono che l’indebolimento dei sistemi di difesa collettivi accentui la loro dipendenza
strategica dagli Stati Uniti.
Dall’altro lato la diminuzione degli stanziamenti per la difesa che ostacola le econo-
mie di scala, nonchè la sfida dell’innovazione tecnologica (la cosiddetta “rivoluzione
negli affari militari”). Entrambi questi fattori favoriscono una crescente integrazione
multinazionale dei complessi militari-industriali di livello inferiore a quello americano,
obbligando anche potenze come Germania e Giappone ad accrescere la cooperazione nel
campo della difesa.
In concreto ne risulta una tendenza intermedia a rendere più flessibili le organizzazio-
ni permanenti, coordinandole secondo i criteri della delega e della sussidiarietà e modi-
ficandole col criterio della “specializzazione” nazionale. Lo scopo è di poterle attivare
solo in parte e per interventi short of war anche a carattere preventivo, utilizzandole
come nucleo di aggregazione di coalizioni di contingenza e “a geometria variabile”
(coalitions of the willings) basate su interessi comuni più limitati e specifici.
Nel corso del dibattito che ha preceduto la recente riorganizzazione dei comandi re-
gionali della NATO, alcuni “esperti tedeschi” hanno proposto di adottare una “divisione
geografica” dei ruoli nazionali, “specializzando” le forze dei paesi del Centro Europa per
la difesa ad Est e quelle dei paesi del Sud Europa per la difesa a Sud. Una tesi condivisa
dai sostenitori della “geopolitica dei ruoli” o delle “aree di responsabilità”, che ricorda
la preferenza “clausewitziana” per la netta ripartizione nazionale dei differenti teatri
operativi di una guerra di coalizione, e che ha avuto una recente conferma con l’inter-
vento di pace in Albania, il primo a guida italiana.
Secondo Jean il “frazionamento” dell’Alleanza “in insiemi subregionali di spiccata
individualità ... collegati unicamente dalla presenza statunitense” trasformerebbe l’Italia

