Page 158 - Atti 2014 - La neutralità 1914-1915. la situazione diplomatica socio-politica economica e militare italiana
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158        la neutralità 1914 - 1915. la situazione diplomatica socio-politica economica e militare italiana



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             e finanziaria di portata generale . Negli stessi anni prendeva forza anche la borsa
             valori di Milano, la metropoli economica italiana che nello stesso frangente sican-
             didava a divenire anche la capitale finanziaria del paese.



             Un dualismo più accentuato nel nuovo equilibrio internazionale
                Alla crescita di una parte del Paese fece da contraltare la persistente arretratez-
             za e il conseguente arretramento relativo di una consistente porzione del territorio
             nazionale. La debolezza del tessuto socioeconomico di molte zone d’Italia alla
             vigilia della guerra era del tutto evidente: si pensi che rispetto a quello della Li-
             guria (quello della Lombardia era inconfrontabile) il reddito pro capite del Veneto
             era il 63%, il 50 quello della Toscana per scendere nelle regioni del Mezzogiorno
             a quote inferiori al 20%. Differenziazioni erano presenti anche tra le regioni del
             Nord e anche all’interno delle singole aree regionali: in Lombardia ad esempio lo
             si può chiaramente notare raffrontando il reddito della Valtellina rispetto a quello
             della bassa padana, ma era soprattutto tra settentrione e mezzogiorno d’Italia che
             si registrava quel dualismo accentuato che non si sarebbe più ricomposto.
                Ciò non toglie che nella complessa dinamica di composizione e di ricompo-
             sizione degli equilibri economici su scala internazionale anche il mezzogiorno
             d’Italia ricoprisse un ruolo fondamentale nel permettere la crescita del paese. Se
             già durante la grande crisi di fine Ottocento l’Italia aveva conosciuto un esodo di
             manodopera molto grande soprattutto a partire dalle regioni del Nord, fu in questi
             anni del primo Novecento che gli espatri conobbero dimensioni di massa. E si trat-
             tò soprattutto d’un esodo che privò le regioni del mezzogiorno di una parte molto
             consistente della propria popolazione in età produttiva: la Sicilia, per esempio, che
             tra il 1876 e 1900 non aveva superato i 230.000 emigranti permanenti, vide partire
             tra il 1900 e il 1914 più  di 1 milione dei suoi abitanti. Una situazione analoga
             conobbero Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo e Molise con destinazione
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             prevalente dei nostri emigranti il Nord America ed in particolare gli Stati Uniti .
                L’esodo di massa certamente impoverì buona parte del nostro paese sottraendo
             braccia e cervelli al suo sviluppo, ma in un ambito che potremmo definire macro-
             economico anche l’emigrazione produsse alcuni effetti positivi. Anzitutto all’in-
             terno dove la deflazione del mercato del lavoro permise, complici le grandi lotte
             operaie e contadine di quegli anni, quell’innalzamento pur minimo dei salari che,
             sottraendo molte famiglie dall’angustia della sussistenza, diede vita a un mercato


             13  Si veda la ricostruzione di F. Bonelli, La crisi del 1907. Una tappa dello sviluppo industriale in
                 Italia, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1971.
             14  Per una ricostruzione complessiva e i dati relativi si vedano i saggi compresi in a cura di P.
                 Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana, Roma,
                 Donzelli, 2009.
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