Page 440 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE                                      440


          stizia, che aveva approvato il testo di legge del 1919, si evince che la riforma era stata
          imposta dall’evoluzione dei tempi e che il paese non sarebbe stato pronto ad un cam-
          biamento repentino dell’assetto sociale, ancora ci si doveva abituare all’idea di una vita
          femminile fuori dalle mura domestiche ed ogni passo verso il cambiamento di questi
          equilibri, faticosamente conquistato dalle donne, doveva però essere rispettoso dei co-
          stumi nazionali, bisognava quindi agire secondo tappe graduali. Anche troppo graduali,
          si pensi che l’art. 7 della legge 1176 del 1919, venne dichiarato incostituzionale perché
          discriminante, solo nel 1960,  su ricorso della Dott.ssa Rosa Oliva contro il Ministero
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          dell’Interno, dopo che si erano succeduti ben 15 concorsi per uditore giudiziario da cui
          le donne erano state escluse. Pertanto non poteva considerarsi pieno il riconoscimento
          della capacità giuridica della donna neanche nella sfera civile, ricordando inoltre che la
          completa parificazione della donna in ambito famigliare giunse a compimento solo con
          la riforma sul diritto di famiglia del 1975.
             Un episodio che si risolse positivamente grazie alla legge 1176 del 1919 e alla mo-
          bilitazione dei movimenti femministi, fu la vicenda di Lidia Poët, che nel 1920, all’età
          di 65 anni, riuscì a conquistare la riammissione come prima donna presso nell’albo
          degli avvocati.
             Tuttavia alla fine della guerra, non solo le donne venivano escluse per legge da
          tutte queste funzioni, ma furono moltissime le lavoratrici che si ritrovarono in una
          condizione di disoccupazione, vennero improvvisamente rimandate a casa, compen-
          sate dalla vittoria dell’Italia e da un assegno di smobilitazione, con il pieno consenso
          dei sindacati, convinti che le donne dovessero lasciare liberi i posti di lavoro che
          avevano provvisoriamente occupato, rimettendoli a disposizione dei reduci. Le stesse
          associazioni dei reduci avevano avviato alcune campagne antifemminili e nel 1920,
          scrivevano: «Siamo dei modesti impiegati con una paga minima e figlioli da mantenere; dobbiamo
          pagare tasse fortissime per le scuole dei figli e abbiamo malattie in casa; quanto farebbe bene se quel
          denaro sciupato da quelle figlie di famiglia per comperarsi le calzette di seta e scarpe lucide venisse
          dato a noialtri, che come per il passato si farebbe il lavoro della copisteria a straordinario e così alla
          peggio si potrebbe sbarcare il lunario». 28
             Di contro i capi uffici ministeriali elogiavano le lavoratrici, che in condizioni discri-
          minanti si facevano apprezzare ancor di più per l’operosità, pagate meno dei colleghi


          27  Spina A. M., 50° verso la parità a cinquant’anni dalla sentenza della corte costituzionale n°33/1960, La
             parita’ tra donne e uomini in Italia ed Europa, Milano, 2010.
          28   ROMA, ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, Presidenza del Consiglio, Gabinetto, 1920,
             fasc. 1.1.2074, Petizione degli impiegati dell’Ufficio Centrale delle nuove Province.







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