Page 323 - Carlo Alberto dalla CHIESA - Soldato, Carabiniere, Prefetto
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Il periodo da Coordinatore del servizio di sicurezza
Secondo tale suggestiva ipotesi, Patrizio avrebbe agito agli ordini del Generale anche quan-
do, in quello stesso dicembre, avrebbe partecipato alla riunione della Direzione strategica
tenutasi in via Fracchia, 12 in Genova. Lo stesso Patrizio Peci, in una famosa intervista
televisiva, sconfessa, se non addirittura ridicolizza tale incredibile teorema. Anche Alberto
Franceschini riferisce la sua incredulità sulla ricostruzione estorta a Patrizio. Il Giudice
Caselli dichiarerà che si trattava di assurde falsità estorte a Roberto Peci da un gruppo di
disperati terroristi guidati da Senzani. Alberto Bernardi, Sostituto Procuratore di Torino
incaricato delle indagini, pur volendo prendere per buona tale ipotesi, constatò l’assoluta
assenza di prove e finanche di alcun riscontro investigativo o giudiziario.
Dimostrata la sua tesi, Senzani dovette trovare il modo di far pubblicare le immagini del
processo proletario in modo da mostrare al Paese intero che l’attività di contrasto alle Bierre
era viziata dal mancato rispetto delle norme penali da parte sia del Gen. dalla Chiesa sia
di Caselli, per costringere entrambi a rassegnare le dimissioni e bloccare l’emanazione 319
della legge sui pentiti. Le video cassette vennero quindi inviate ai mass media affinché le
diffondessero. I Radicali, ancora una volta, furono gli unici a prestare credito alle richieste
dei terroristi, cui andavano sovrapponendosi le richieste in tal senso anche dei familiari dei
Peci, pubblicando una lettera e mandando in onda un video-appello per salvare Roberto.
Senzani diffuse anche un comunicato con il quale chiedeva ai compagni delle fabbriche
e al Fronte Carceri di esprimersi sulle sorti di Peci, ottenendo una risposta assolutoria di
cui però non tenne alcun conto. Solo la diffusione della confessione di Peci da parte della
Rai avrebbe potuto salvare la vita dell’ostaggio. Lo stesso Patrizio Peci, attraverso 4 pa-
gine dattiloscritte fatte pervenire al TG2 di Torino, affermava di non aver avuto contatti
con i suoi familiari prima dell’arresto del febbraio 1980 e di non aver accondisceso alle
richieste dei sequestratori di confessare comportamenti mai tenuti. La Rai rifiutò per voce
dello stesso Sergio Zavoli, allora Presidente della TV pubblica, e così, dopo 55 giorni di
detenzione, il 3 agosto 1981, Roberto Peci fu barbaramente trucidato con undici colpi di
mitra e abbandonato all’interno di un casolare diroccato nella periferia di Roma. Anche
l’analogia con la durata del sequestro Moro (55 giorni) e il numero di proiettili utilizzati
per assassinare il Presidente della Dc (11 colpi) sembra un ultimo, macabro messaggio.
La «strategia» posta a base del sequestro e dell’omicidio di Roberto Peci si rivelerà falli-
mentare. Dopo circa sei mesi, Senzani venne arrestato insieme ai suoi accoliti e con lui si
spense la breve, ma feroce esperienza del Partito Guerriglia.
Anni dopo, durante un’intervista a Enzo Biagi, lo stesso Patrizio Peci risponderà a una
domanda postagli dal giornalista su cosa pensasse del Generale dalla Chiesa con queste
parole: «[…] ha mantenuto sicuramente la promessa fattami di garantire la mia sicurezza
personale in carcere. […] Io ci credo alla legge sui pentiti e, per quel che ne so io, si è dato
un minimo da fare. Poi, anche dal punto di vista umano, sono rimasto colpito quando
venne a trovarmi dopo la morte di mio fratello».
La promessa fatta a Patrizio Peci dal Generale dalla Chiesa aveva, in realtà, fatto riferi-
mento anche alla sua disponibilità ad aiutarlo a trovare un lavoro, una volta uscito dal
carcere. Si tratta, in nuce, della prima elaborazione dei contenuti di un provvedimento di
legge sul «pentitismo». Di lì a poco, il 29 maggio 1982, sarà approvata al termine di un
faticoso iter parlamentare, la legge n. 304, che si rivelerà un micidiale strumento di lotta al
terrorismo e prima risposta dello Stato alle offerte di collaborazione che, in un momento
di forte incertezza e debolezza nelle file della lotta armata, provengono da quei terroristi
oramai prigionieri di una scelta che non condividevano più.
9. IL SACRIFICIO DEL GENERALE ENRICO RIZIERO GALVALIGI
Il 12 dicembre 1980 venne rapito dalla colonna romana, nei pressi della sua abitazione
a Roma, il Magistrato Giovanni D’Urso, Capo dell’Ufficio III della Direzione Generale

