Page 322 - Carlo Alberto dalla CHIESA - Soldato, Carabiniere, Prefetto
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alfonso manzo



                                              dimostrato la sua estraneità al pentimento del fratello, Senzani avrebbe replicato
                                              testualmente «[…] lo so, ma bisogna dare un esempio […]».
                                              Roberto, più giovane di tre anni rispetto a Patrizio, in realtà dopo un’adolescenza vissuta
                                              nel mito del fratello più grande ed averlo seguito nelle prime lotte per il proletariato a San
                                              Benedetto, arrivando a prendere parte anche alla già citata irruzione nella Confapi, allor-
                                              quando Patrizio entrò definitivamente in clandestinità, si era già distaccato dalla politica
                                              attiva, trovandosi un lavoro presso un negozio di elettrotecnica e mettendo su famiglia.
                                              Il 10 giugno 1981, sulla base delle determinazioni assunte nella menzionata riunione di
                                              Roma, un commando composto da 4 brigatisti, capeggiato dallo stesso Giovanni Senza-
                                              ni, organizzò una trappola nella quale Roberto, anche sulla base della convinzione che
                                              la rappresaglia, per di più nei confronti di un proletario, era considerata al di fuori delle
                                              regole delle Brigate Rosse, cadde senza sospettare nulla.
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                                              tra i turisti di San Benedetto del Tronto, stabilirono il punto di riunione presso il bar Mo-
                                              nello della località adriatica, non molto distante dal luogo ove sarebbe scattata l’operazione,
                                              via Arrigo Boito. Uno dei sequestratori telefonò presso il negozio di elettrotecnica dei F.lli
                                              D’Anna, ove lavorava Roberto Peci, richiedendo l’installazione di un’antenna televisiva in
                                              un appartamento del luogo. A seguito di questo primo contatto, due persone raggiunsero
                                              il negozio ove, restando sulla strada, incontrarono Roberto il quale, dopo essere rientrato
                                              nell’esercizio ed aver prelevato il materiale tecnico occorrente per l’installazione, salì sulla
                                              sua Fiat Panda, seguendo la BMW dei due «clienti». Giunti in via Boito, mentre i restanti
                                              complici bloccavano le vie di uscita, Giovanni Senzani, armato di pistola occultata sotto
                                              un giornale, indusse la vittima a scendere dall’auto e seguire gli assalitori senza avere la
                                              possibilità di accennare alcuna reazione. I sequestratori e l’ostaggio, quest’ultimo rinchiuso
                                              nel bagagliaio della BMW, raggiunsero l’abitazione prescelta, quella dell’irregolare Roberto
                                              Buzzati, ubicata in Roma via della Stazione di Tor Sapienza, senza intoppi nonostante
                                              fossero stati avvicinati, mentre sostituivano uno pneumatico forato, da una pattuglia delle
                                              Forze di polizia che intendeva accertarsi se avessero bisogno di aiuto, senza accorgersi di
                                              nulla.
                                              L’intera gestione della detenzione di Roberto Peci si dipanò intorno all’ipotesi, o meglio,
                                              al disegno mistificatorio di Giovanni Senzani teso a dimostrare la tesi del doppio arresto
                                              del fratello Patrizio e la sua collaborazione con i Carabinieri del Gen. dalla Chiesa, il tutto
                                              asseritamente con l’avallo del Magistrato Giancarlo Caselli. Si ritiene che volesse creare
                                              un tale clamore da esporre entrambi alla pubblica gogna, mettendoli fuori gioco o, co-
                                              munque, depotenziandone la credibilità in modo da sottrarre allo Stato due dei suoi più
                                              efficaci ed efficienti servitori, che con la loro incisiva attività di contrasto stavano mettendo
                                              in ginocchio le Brigate Rosse e con la loro autorevole attività persuasiva spingevano per
                                              indurre il governo ed il Parlamento a promuovere l’emanazione di una legge sui pentiti.
                                              Per evitare che altri brigatisti seguissero il cattivo esempio di Patrizio Peci, l’intero «processo
                                              del popolo» a Roberto Peci fu videoregistrato. Per poter processare e condannare un pro-
                                              letario, non bastava che questi fosse semplicemente il fratello di un «infame», occorreva
                                              dimostrare che egli stesso fosse un traditore. Partendo dalla dimostrazione della sua attività
                                              di rivoluzionario, attribuitagli con la partecipazione, insieme a Patrizio, dell’irruzione alla
                                              Confapi di San Benedetto del Tronto, indussero in modo evidente Roberto a «confessare»
                                              la sua collaborazione con i Carabinieri della catena anticrimine. Patrizio Peci dichiarò,
                                              infatti, di aver fatto arrestare suo fratello il 13 dicembre, alle 9:00, in Torino Porta Nuova,
                                              ove gli aveva dato appuntamento. Condotto in caserma, Patrizio sarebbe stato maltrattato
                                              e intimidito per indurre anche lui a tradire le Bierre, cosa che sarebbe avvenuta. Dopo aver
                                              raccolto la confessione di Patrizio Peci, il Gen. dalla Chiesa lo avrebbe rilasciato facendolo
                                              rientrare da infiltrato nei ranghi dell’associazione terroristica, dandogli addirittura licenza
                                              di partecipare ad azioni anche violente nelle quali i brigatisti avrebbero potuto coinvolgerlo.
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