Page 327 - L'Italia in Guerra. Il secondo anno 1941 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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E, anziché cambiare radicalmente e organizzare su nuove basi il sistema,
per varie ragioni anche valide tutti, a cominciare da Cavallero, fanno il
possibile - e spesso più del possibile - per "aggiustarlo" e gestirlo al
meglio, per ricercare ingegnosi espedienti che diminuiscono in qualche
modo gli inconvenienti ma non risolvono il problema di fondo.
Molte lacune logistiche e tecniche non possono essere attribuite né
a Mussolini né a povertà di mezzi, e il rendimento dei vari Servizi tecnici
d'Arma e degli organismi impegnati nella progettazione e costruzione di
nuovi materiali lascia molto a desiderare (come si deduce anche dal diario
di Cavallero, del quale è auspicabile, per inciso, la pubblicazione integra-
le). Su un piano più vasto e non strettamente militare, la costante tenden-
za di Mussolini a trascurare in nome di imperativi esclusivamente politici
le esigenze e i tempi della logistica è il risvolto più tipico - ancor più
della sua ben nota e inevitabile incompetenza militare - della mancanza
di fiducia reciproca, di coordinamento e di affiatamento tra direzione po-
litica e direzione tecnico-militare della guerra, cioè del primo e basilare
requisito per il successo.
L'approccio logistico agli avvenimenti del 1941 fornisce perciò un
utile contributo per stabilire serenamente, una volta per tutte, le rispetti-
ve responsabilità del vertice politico e di quello militare. L'incompetenza
militare e logistica dell'autorità politica non va ritenuta - come fanno
taluni - un demerito della stessa ma un dato storico costante per tutti
i contendenti, e la qualità di una leadership militare e civile si misura in
ogni tempo dalla sua capacità di previsione e dalla mano felice nella scelta
dei tecnici, dei collaboratori. Non appare quindi condivisibile la tesi che
fa dell'incompetenza militare di Mussolini un alibi che aggrava le respon-
sabilità dei militari, e giustifica la (supposta) riluttanza del dittatore a spin-
gere a fondo l'organizzazione della nazione per la guerra con il suo calcolo
di entrare nel conflitto europeo solo "a colpo sicuro" e di condurre una
guerra breve (quindi - si argomenta a torto - senza bisogno di predi-
sporre, a ogni buon conto, una preparazione militare e logistica totalita-
ria della nazione e senza considerare la possibilità di una guerra lunga).
Volere non è mai stato potere, e un vecchio detto militare ricorda che "la
branca informativa adempie le funzioni del sapere, quella logistica le fun-
zioni del potere, quella operativa le funzioni del volere, le tre branche insie-
me, quella del prevedere". Che cosa resta di una leadership, appunto, senza
questa capacità di prevedere? E che cosa resta senza la capacità di dare
il giusto peso alle obiezioni dei tecnici, sia pure non accogliendole a scato-
la chiusa?
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