Page 138 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               è penoso vedere sempre la Religione mischiata alla politica

                  Fra i molti casi che si aprivano con il nuovo assetto politico che si andava strutturando in Italia, l’an-
               nessione dei territori dello Stato Pontificio rappresentava per lui la fonte di maggiore apprensione. La
               questione toccava direttamente la sua sensibilità di credente, ma interessava anche l’uomo politico. In-
               tuiva perfettamente che l’occupazione di quelle province, pur indispensabile nel cammino verso l’unità
               nazionale, non sarebbe avvenuta senza incidenti e senza provocare accese passioni e resistenze. Da parte
               non solo dell’episcopato di quei territori che già si erano sollevati contro i legittimi principi, ma anche
               di quel mondo cattolico a lui così vicino, a cominciare dall’amato fratello Ottavio. Si apriva in quel mo-
               mento una profonda frattura nel paese che avrebbe diviso la borghesia, i ceti popolari, la nobiltà segnan-
               do una netta separazione tra quanti si riconoscevano nel “partito” che aveva conseguito l’unità nazionale
               e coloro che invece si sentirono vinti, tanto da escludersi dalla vita politica per quasi mezzo secolo.
                  Le schermaglie diplomatiche erano iniziate subito dopo la firma dei preliminari di Villafranca: il pon-
               tefice, attraverso il segretario di Stato Giacomo Antonelli, aveva inviato il 12 luglio ai rappresentati delle
               potenze europee una vibrante protesta in cui denunciava l’occupazione delle Legazioni  delle Romagne
               da parte delle truppe sabaude, nonostante le rassicurazioni avute dal governo del Piemonte, e accusava
               il Regno di Sardegna di voler rapire alla Santa Sede una parte integrante del suo dominio temporale.  10
                  La crisi tra lo Stato Pontificio e gli Stati Sardi si era poi acuita per il messaggio di commiato indiriz-
               zato il 15 luglio dal marchese Massimo d’Azeglio, commissario del re nella Legazioni, alla popolazione
               nel momento del suo ritorno in Piemonte. Pur con un linguaggio molto equilibrato e cauto, il diplomatico
               sabaudo invitava i cittadini a proseguire sulla strada dell’indipendenza e, peraltro senza citarla esplicita-
               mente, dell’annessione al Regno di Sardegna.
                  A questa nota discreta e misurata, rispose lo stesso pontefice Pio IX con una lettera inviata al cardinal
               vicario Costantino Patrizi  in cui con toni molto severi ricordava che varie province dello Stato della
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               Chiesa erano ancora sotto il controllo dei sovvertitori dell’ordine stabilito e di una autorità straniera
               usurpatrice. Invitava dunque i fedeli a pregare perché la misericordia divina ristabilisse la rettitudine
               delle menti e dei cuori di tutti quelli che erano stati fuorviati dal cammino della verità dagli ultimi avve-
               nimenti per ottenere che




               10  «In mezzo ai timori ed alle apprensioni occasionate dall’attuale guerra deplorabile, sembrava alla S. Sede di poter essere tranquilla
                   dopo le molte assicurazioni ch’ essa aveva ricevute, assicurazioni alle quali si era unita pur quella del re di Piemonte che, dietro
                   consiglio dell’imperatore de’ francesi, suo alleato, aveva rifiutata la dittatura che gli era stata offerta nelle provincie insorte degli
                   Stati pontificj. Ma è doloroso il rimarcare che le cose han tutt’altro corso, e che si compiono sotto gli occhi del Santo Padre e del suo
                   governo dei fatti che rendono ogni giorno più inqualificabile la condotta del gabinetto sardo verso la S. Sede, condotta che dimostra
                   chiaramente ch’esso vuol rapire alla S. Sede una parte integrante del suo dominio temporale (…) La nomina del marchese D’Azeglio
                   in qualità di commissario straordinario nelle Romagne (…) per dirigere il concorso delle Legazioni alla guerra e sotto lo specioso
                   pretesto d’impedire che il movimento nazionale non produca alcun disordine, è una vera attribuzione di funzioni, che lede i diritti del
                   sovrano territoriale. Le cose hanno camminato con una tale rapidità che le truppe piemontesi sono di già entrate nel territorio ponti-
                   ficio occupando Forte Urbano e Castelfranco dove arrivarono bersaglieri piemontesi ed una parte della brigata Real Navi. Tutto ciò
                   allo scopo di opporre, unitamente ai rivoltosi, una resistenza energica alle truppe pontificie che sono spedite per rivendicare il potere
                   usurpato nelle provincie ribelli, e creare nuovi ostacoli all’esecuzione di questo giusto disegno (…).Tutte le misure prese per prevenire
                   o diminuire questa serie di mali essendo state vane, il Santo Padre, non dimentico dei doveri che gl’ incombono per la protezione de’
                   suoi Stati, e per l’integrità del dominio temporale della S. Sede, essenzialmente connesso con l’indipendenza e il libero esercizio del
                   supremo pontificato, reclama e protesta contro le violazioni e le usurpazioni commesse ad onta dell’accettazione della neutralità, e
                   vuole che la sua protesta sia comunicata a tutte le Potenze europee». Cfr. Archivio di note diplomatiche, proclami, manifesti, circolari,
                   notificazioni, discorsi ed altri documenti autentici riferibili all’attuale guerra contro l’Austria per l’indipendenza italiana, presso
                   Francesco Colombo, Milano, 1859, p. 404.
               11  Costantino Patrizi (Siena 1798 – Roma 1876), divenuto cardinale a soli trentotto anni, ebbe in mano la direzione effettiva della diocesi
                   di Roma dal 1841 al 1876, anno della sua morte. Amico e confidente di Pio IX, con cui ebbe frequenti scambi epistolari, il Patrizi fu
                   in sostanza l’esecutore delle direttive del pontefice e non prese nessun provvedimento senza essere certo dell’approvazione del suo
                   immediato superiore. Cfr. Giacomo Martina, Pio IX: 1851 – 1866, vol. I, p. 640, Editrice Pontifica Università Gregoriana, Roma, 1985,
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