Page 141 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La questione deLLo stato Pontificio 141
l’Italia dell’esule genovese là dove invitava il re a proseguire il cammino intrapreso 16
L’immagine del sovrano che chiama a raccolta gli italiani sotto il tricolore, che snuda la spada, e
chiede, per vincere, di esser presti, com’io sono, a morire, non poteva non aver toccato e commosso
l’animo del soldato di Revel, che almeno per un momento si sarà sentito vicino alla grande generosità
della posizioni di Mazzini. Comunque, in una sorta di considerazione conclusiva del dibattito che si era
aperto all’indomani dei preliminari di Villafranca, il Nostro giungeva, in un linguaggio certamente meno
aulico e alto di quello del cospiratore genovese, alle medesime conclusioni:
“Tutte queste pubblicazioni ponevano in chiaro la situazione dell’Italia, e facevano evidente, anche
contro l’intendimento degli scrittori, essere l’annessione dell’Italia centrale al regno di Vittorio
Emanuele la sola possibile e duratura, tuttoché i diplomatici discutessero a Zurigo sulla Confede-
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razione italiana.”
Sempre nell’intento di avere un quadro preciso e diretto della situazione nelle Legazioni pontificie,
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si teneva in contatto epistolare da Milano con Emanuele Lucerna marchese di Rorà , commissario stra-
ordinario a Ravenna. Da lui riceveva notizie di una grande tranquillità nel territorio dove si trovava, al
contrario di quanto riportavano le corrispondenze dei giornali retrivi di Francia che parlavano invece di
una crescente tensione tra gli abitanti della delegazione pontificia e il clero che sarebbe stato persegui-
tato, imprigionato e, nel caso del Vescovo di Rimini, addirittura maltrattato. Insomma era in corso una
grande battaglia incruenta, ma non per questo meno importante di una combattuta con le armi, tra una
parte dell’opinione pubblica italiana ed europea schierata con il pontefice che rappresentava una situa-
zione caotica, conseguenza di una politica rivoluzionaria e antireligiosa, e gli «italianissimi» sostenuti da
un largo e ormai maggioritario consenso che richiedevano l’unità nella monarchia di Vittorio Emanuele.
Questi ultimi con la loro azione salvaguardavano il carattere nazionale della politica sabauda, impeden-
do che le annessioni finissero per apparire agli occhi dei patrioti semplicemente come la soddisfazione
delle ambizioni dinastiche di Casa Savoia.
Genova che, quasi trascinato dall’impetuoso succedersi degli avvenimenti, si schierava su posizioni
vicine agli «italianissimi» anche per la sua incrollabile fedeltà alla Casa Reale, aveva inteso perfettamen-
te che per la prima volta dopo il Congresso di Vienna c’era la possibilità che la forza della nazionalità
vincesse l’Europa dei trattati.
L’unificazione si stava realizzando anche grazie alla tenacia dei governi provvisori dell’Italia centrale
che, con semplici provvedimenti amministrativi, cancellavano l’eredità dei sovrani spodestati e proce-
devano all’edificazione del nuovo stato.
“L’assimilazione unionista procedeva come una corrente lenta ma irresistibilmente invadente, nelle
16 Dite agli Italiani: «Voi mi salutaste primo soldato della vostra Indipendenza, ed io non tradirò la missione che m’affidaste. Non v’ha
indipendenza per gli schiavi, né forza possibile pei divisi: siate dunque Popolo libero ed uno; chiuda la vittoria la lunga serie dei vostri
Martiri: dal 1848 voi provaste con fatti che i tempi sono maturi per questo. Sorgete or dunque: sorgete tutti. Rovesciate le barriere arti-
ficiali che vi disgiungono, com’io lacero ogni vecchio patto avverso alla vostra Unità. Liberatevi da quanti v’opprimono, e accentratevi
dove vedrete, sotto la bandiera tricolore, splendere la spada ch’io snudo. Se Dio m’ajuta e voi compite il debito vostro, io non la riporrò
nella guaina che in Roma, dove i vostri rappresentanti detteranno il Patto di amore per ventisei milioni che popolano la nostra Italia.
(…) Ma badate! Io vi chiedo illimitata fiducia; vi chiedo, per vincere, di esser presti, com’io sono, a morire. Schiavi o grandi; non v’è
via di mezzo per noi. (…) Dio e la Nazione vi benedicano! Io, repubblicano, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino
al sepolcro la fede della mia giovinezza, esclamerò nondimeno coi miei fratelli di Patria: Preside o Re, Dio benedica a Voi, come alla
Nazione per la quale osaste e vinceste. Cfr. Giuseppe Mazzini, Edizione nazionale degli scritti, Galeati, Imola, 1933, pp. 137- 152.
17 Genova Thaon di Revel, Il 1859 e l’Italia centrale, cit., p. 64.
18 Emanuele Lucerna di Rorà (Torino 1815 – Ivi 1873) Deputato del Parlamento subalpino e poi di quello del Regno d’Italia, fu eletto
sindaco di Torino all’inizio del 1862, all’indomani dell’unificazione italiana. Durante il suo mandato la capitale del Regno fu trasferita
nel 1865 da Torino a Firenze. Per la città iniziò così un periodo difficile. Lucerna di Rorà rifiutò l’indennizzo offerto dal governo ita-
liano, dichiarando orgogliosamente «Torino non è in vendita». Si prodigò per trovare alla sua città una nuova collocazione nel Regno
d’Italiae avviò così un intenso programma di sviluppo economico che portò Torino all’avanguardia dell’industria italiana.

