Page 145 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La questione deLLo stato Pontificio                                145




                             “Garibaldi erasi personificato il pioniere dell’Italia unificata. Superiore anche in questo a Mazzini,
                             egli agiva lealmente a nome d’Italia e Vittorio Emanuele, per cui i partiti gli erano più o meno favo-
                             revoli, ma nessuno, meno il retrivo, avrebbe voluto od osato osteggiarlo.”
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                           Che nessun partito, tranne quello apertamente reazionario, avrebbe osteggiato l’impresa dei Mille
                        era pur vero, ma il conte di Revel, naturalmente all’oscuro dell’intricato e complesso lavorio politico
                        e diplomatico che accompagnò la spedizione garibaldina, intuiva tuttavia il pericolo che la direzione
                        dell’iniziativa sfuggisse a Garibaldi e il bandolo della matassa finisse nelle mani dei repubblicani più
                        radicali. Da avveduto osservatore capiva che la crisi siciliana portava in sé il problema dello Stato Pon-
                        tificio, insomma tutto si riconduceva alla nascente questione romana.
                           Su una questione centrale, dibattuta ogni volta che si affrontava la spedizione dei Mille, cioè se il
                        governo di Cavour avesse favorito, sostenuto o solo tollerato l’impresa garibaldina, riferiva quanto con-
                        fidenzialmente gli aveva detto il generale Manfredo Fanti:
                             “Mi disse di aver tentato, coll’assenso di Cavour, di fare per l’esercito garibaldino ciò che l’anno
                             prima aveva chiesto a La Marmora per l’esercito della Lega [dell’Italia centrale]; cioè indurre gli
                             ufficiali a dare le loro dimissioni per andare con Garibaldi, coll’affidamento ufficiale di essere riam-
                             messi al loro posto nell’esercito alla prima loro domanda, ma inutilmente, a motivo del mistero che
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                             regnava sulla spedizione.”
                           Insomma, secondo lui, il governo si era mosso in questa circostanza con grande accortezza, cercando
                        di ricreare le condizioni politiche e militari che avevano portato all’annessione dell’Italia centrale al
                        Regno di Sardegna senza rischiare iniziative rivoluzionarie che avrebbero potuto incanalare il cammino
                        dell’unità nazionale su un percorso pericoloso. Su questo era confortato anche dalle informazioni che il
                        marchese di Rorà gli faceva giungere sull’atteggiamento delle potenze europee che nelle note ufficiali
                        deploravano l’inerzia del conte di Cavour di fronte all’impresa dei Mille, ma confidenzialmente giudica-
                        vano saggio l’atteggiamento assunto dal primo ministro piemontese.
                             “Talleyrand [Alexandre Edmont de Talleyrand Périgord, commissario francese in Crimea presso lo
                             Stato Maggiore sardo] si è lagnato ufficialmente con Cavour che non si fossero impedite le mene di
                             Garibaldi, ma mi disse di aver scritto confidenzialmente a Parigi che tutti i suoi colleghi diplomatici
                             pensavano come lui, che Cavour avrebbe provocata un’agitazione pericolosissima se avesse voluto
                             impedire l’azione dei volontari.” 28




                        Ormai sono italiano in tutta la forza della parola

                           Mentre deflagrava la crisi dell’Italia meridionale, il Parlamento si trovò ad affrontare la controversa
                        questione della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Come abbiamo già ricordato, il di Revel
                        aveva soggiornato per motivi di servizio nel 1844 per un anno a Chambery quando era ancora tenente
                        di artiglieria e di quella sua permanenza in Savoia conservava un bellissimo ricordo. Vi era poi tornato
                        brevemente per curare alcuni interessi della cognata Emily, la vedova di Adriano, nel marzo del 1860, e
                        aveva dovuto constatare che la situazione era profondamente cambiata nella provincia che aveva dato i
                        natali alla casa regnante: la Savoia si sentiva ormai più vicina alla Francia che all’Italia, l’italianità del
                        governo di Torino era impopolare. Diversa la sua riflessione sulla cessione di Nizza, sempre fedelissima
                        alla Casa Savoia, la cui lingua ufficiale era l’italiano. In una lettera al fratello del 24 maggio esprimeva
                        tutto il proprio rammarico per una decisione che riteneva comunque improrogabile:

                        26  Genova Thaon di Revel, Da Ancona a Napoli, cit., p. 6.
                        27  Ivi, p. 9.
                        28  Ivi, p. 13.
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