Page 170 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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                  Per venire a capo di queste difficoltà era necessario, secondo Genova, porsi in un’ottica di realpolitik:
               l’Italia Centrale e le province meridionali erano state oggetto di una conquista in piena regola, come lo
               sarebbe stato, in un prossimo futuro, il Veneto perché l’obiettivo finale era la costituzione di una nazio-
               ne forte, che voleva essere e sentirsi tale. La potenza e la grandezza delle nazioni, come dimostrava la
               storia, non era cresciuta o diminuita in rapporto al rispetto o meno dei diritti, ma in base alla loro forza.
               In nome di questo realismo spronava il fratello Ottavio ad accettare il seggio di senatore che gli era stato
               proposto dal conte di Cavour, perché desse il suo contributo al governo nel proseguire della sua azione :
                     “Eppoi, non ti senti più soddisfatto di appartenere ad un paese possente e rispettabile, che non
                     ad un piccolo Stato il quale, dopo tutti gli eventi succedutisi, sarebbe stato ridotto al regime degli
                     Arciduchi e Principi spodestati? Furono Pio IX e Carlo Alberto che spinsero verso quella meta che
                     la rivoluzione ci fece raggiungere. O ritirarsi in una grotta (e quella di Cimena nell’estate sarebbe
                     carina) o sentirsi Italiano.” 56
                   Mentre si trovava a Napoli si verificarono due eventi memorabili per la storia nazionale: la procla-
               mazione del Regno d’Italia e la morte di Cavour. Sul primo la sua attenzione, come quella di gran parte
               dell’opinione pubblica, si concentrò sul nuovo titolo che doveva assumere Vittorio Emanuele. Fu ben
               contento che il Parlamento quasi all’unanimità si schierasse a favore del governo che proponeva la for-
               mula Vittorio Emanuele II re d’Italia, mentre il raggruppamento democratico avrebbe voluto adottare il
               termine rivoluzionario re degli Italiani. Tuttavia questa vicenda non suscitava nei suoi ricordi nessuna
               particolare emozione; pareva più attento al conteggio dei voti a sostegno della tradizione dinastica che al
               significato storico dell’evento. L’unica nota di entusiasmo era la lettera di Cossilla, il sindaco di Torino,
               che gli raccontava della seduta alla Camera dei Deputati e di come alla parola Regno d’Italia vi fosse
               stata «una scossa elettrica in tutti superiore a qualunque applauso».
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                  Per la morte di Cavour, cui lo legava una conoscenza di lunga data che risaliva addirittura al 1836,
               la consuetudine di partite a whist nell’esclusivo club torinese e, negli ultimi tempi, la valutazione di
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               questioni importanti per l’Esercito Meridionale e per le provincie napoletane,  il di Revel ci lascia,
               oltre a una sua breve frase «Una funesta notizia venne a colpirci, Cavour era gravemente ammalato, ed
               il 6 giugno avveniva la morte!»  anche due lettere delle quali evidentemente condivideva lo spirito e il
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               contenuto. Quella del marchese di Rorà che raccontava in modo accorato gli ultimi momenti del grande
               statista e la missiva dell’ amico  Cossilla che attribuiva la morte di Cavour all’ultimo acceso dibattito
               parlamentare del 28 e 29 maggio e concludeva affermando che la sinistra poteva vantarsi d’averlo uc-
               ciso. I gravi problemi delle province napoletane restavano insoluti. Genova, che si sentiva pienamente
               coinvolto nell’opera di edificazione del nuovo Regno d’Italia, si sforzava di dare della situazione meri-
               dionale una rappresentazione positiva e fiduciosa (come era nella sua natura) e di fare argine, anche nelle
               sue relazioni ufficiali al ministero della Guerra, alle numerose negative corrispondenze pubblicate sui
               giornali nazionali e stranieri (francesi in particolare) e amplificate nei dibattiti parlamentari . Insisteva
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               nel segnare la differenza della situazione generale del Mezzogiorno tra lo stato di disorganizzazione e
               di anarchia della dittatura garibaldina e la positiva fase apertasi con il governo della Luogotenenza.  In
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               56  Genova Thaon di Revel, Da Ancona a Napoli, cit., p. 91.
               57  Ivi, p. 160.
               58  ASBI, Carte Luigi Chiala, cass.5, fasc. 54, Genova Thaon di Revel a Luigi Chiala, Milano 3 luglio 1892.
               59  L’ultimo contatto con il presidente del Consiglio fu la lettera che Cavour gli scrisse il 3 maggio [p.177].
               60  Ivi, p. 185.
               61  Sulla disposizione d’animo in quel momento di Genova Thaon di Revel e delle truppe giunte nelle province napoletane, Costanza
                   d’Azeglio scriveva con ironia «Du reste, pièmontais, lombards, romagnols, touts sont unis, et ne rivalisent que de zèle. Genova Revel,
                   qui n’est pas un Italianissimo, est obligé d’en convenir». Cfr. Costanza d’Azeglio, Lettere al figlio, cit., vol. II, p. 1826.
               62  Una severa critica all’amministrazione garibaldina e una preoccupata analisi della situazione napoletana in una lettera del 20 novembre
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