Page 167 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La Liberazione deLL’itaLia CentraLe e Lo sCiogLimento deLL’eserCito meridionaLe. 167
di ordinanza e piantoni negli uffici militari. Inoltre quelli che appartenevano alle quattro classi che dove-
vano restare sotto le armi furono anch’essi inviati nell’Italia del Nord per essere inseriti nei reggimenti
del regio esercito.
Un problema a parte fu rappresentato dalle truppe borboniche che avevano resistito nelle fortezze
di Capua, Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Il di Revel riteneva che per questi militari non fosse
ipotizzabile un inserimento nelle forze armate nazionali: si trattava di uomini demoralizzati, ostili tanto
al nuovo regno, contro cui avevano combattuto fino allo stremo, e senza sentimento di disciplina verso i
loro ufficiali. Per una parte di loro trovò una soluzione al di fuori dei regolamenti, accordando una licen-
za illimitata (erano a tutti gli effetti prigionieri di guerra) , mentre i difensori di Gaeta vennero internati
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inizialmente nei Forti di Ischia, Capri e Ponza .
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A Napoli, come direttore generale del ministero della Guerra, non si occupò solamente della liquida-
zione dei due eserciti, ma presentò il 19 gennaio un progetto di riorganizzazione delle competenze della
sede napoletana. Propose così la soppressione della Direzione generale in modo che sia i comandanti ter-
ritoriali e locali di Artiglieria sia i direttori del Genio dipendessero direttamente da Torino. Egualmente
propose che il Reale Collegio militare di Napoli e il battaglione d’allievi militari in Maddaloni riceves-
sero direttamente da Torino le istruzioni per l’introduzione delle norme e dei regolamenti che reggevano
gli altri istituti di educazione militare del Regno. L’intento, condiviso da Fanti, era quello di procedere in
modo determinato sulla via dell’unificazione e di limitare il più possibile un decentramento delle attri-
buzioni del ministero della Guerra da Torino a Napoli, di modo che l’indirizzo e l’impulso degli atti più
importanti venissero direttamente dalla capitale, in questo certamente ispirato anche dal Memorandum
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di Pasquale Stanislao Mancini sulla situazione delle province napoletane.
Siamo dunque Italiani e saremo grande potenza
La vita del di Revel durante il lungo soggiorno a Napoli, che si prolungò fino all’agosto del 1861, si
divideva tra gli impegni pressanti del lavoro e le attività che lo occupavano nel tempo libero. Abbiamo
già detto con quanto impegno e scrupolosità svolgeva le sue incombenze nel palazzo di San Giacomo,
ora seguiamolo nelle ore di svago. Al mattino amava fare delle lunghe cavalcate nei dintorni di Napoli,
si recava a Posillipo e Pozzuoli che definiva incantevoli. Era incuriosito dalle abitudini dei napoletani e
passava buona parte del suo tempo libero a camminare per le vie di quella città così diversa e strana, ma
anche ricca di sorprese: così nei giorni festivi lasciava il ministero a mezzogiorno e visitava in lungo e
in largo un quartiere della città, tanto che, tornato a Torino, si vantava di aver visitato ogni strada e ogni
vicolo di Napoli. Girava a piedi, da solo, e raccontava al fratello con tono gradevolmente stupito di non
50 Cavour aveva prospettato il 21 novembre a Farini più o meno la stessa soluzione per i prigionieri di Mola di Gaeta: mandare a casa
tutti i militari con più di due anni di servizio con l’avviso che al minimo disordine sarebbero stati mandati in battaglioni di disciplina.
Cfr. Carteggi di Camillo di Cavour, La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia, cit., p. 354.
51 Revel a proposito di questi militari napoletani parlava esplicitamente di prigionieri di guerra. Diversa l’interpretazione che ne diede
Massimo Mazzetti: «I difensori di Gaeta non poterono essere trattenuti come prigionieri di guerra secondo i termini stessi della capito-
lazione». Cfr. Massimo Mazzetti, Dagli eserciti preunitari all’esercito italiano, in «Rassegna storica del Risorgimento», ottobre - di-
cembre, 1972, p. 573. Una terza interpretazione viene fornita dal De Fiore: «La capitolazione era composta da 23 articoli e riconosceva
gli onori di guerra a tutta la guarnigione della Piazza [Gaeta], ma anche la loro prigionia fino alla resa della cittadella di Messina e
Civitella del Tronto». Cfr. Giuseppe De Fiore, I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli, Utet,
Torino, 2004, p. 212.
52 Mancini nel suo Memorandum Situazione delle provincie napoletane – Errori e rimedi inviato al governo di Torino il 2 gennaio 1861
sottolineava come nulla si fosse fatto dalla Luogotenenza per l’unificazione politica e legislativa delle province napoletane con il resto
dell’Italia nei primi due mesi di governo nel corso dei quali le tendenze municipalistiche invece di essere combattute erano state inco-
raggiate. Cfr. Alfonso Scirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione (1860 – 61), A. Giuffrè, Milano, 1963,
pp. 351 – 364.

