Page 181 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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Missione in UMbria                                          181




                        prese nella Basilicata, non aveva diritto a nessuna scusante. Si mosse prontamente al fine di contrastare
                        le calunnie dei giornali romani, redatte dai borbonici e riprese con entusiasmo dalla stampa legittimista
                        francese. La verità è il nostro migliore avvocato dichiarava. Scrisse al generale La Marmora, prefetto di
                        Napoli e comandante del VI Corpo d’Armata, perché si assicurasse un benevolo interlocutore almeno in
                        un quotidiano di Parigi, visto che fino ad ora l’azione del governo si era limitata soltanto a intervenire
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                        occasionalmente su qualche testata locale.   Si riapriva così la questione mai completamente risolta di
                        un’informazione in grado di contrastare quella degli avversari politici attraverso la stampa. Nel rivol-
                        gersi al suo antico comandante il di Revel si ricordò certamente di quando, qualche tempo prima della
                        Seconda Guerra d’Indipendenza, parlando con il presidente del Consiglio e mostrandosi sorpreso del
                        modo favorevole col quale un giornale francese molto influente scriveva dell’alleanza della Francia con
                        il Regno di Sardegna, Cavour gli aveva risposto ridendo: «Non so se il silenzio sia veramente d’oro,
                        secondo il proverbio arabo, ma ben so che la parola è d’argento». E così La Marmora, memore anch’e-
                        gli degli insegnamenti di Cavour, prese venali contatti con un corrispondente di un quotidiano francese
                        indicatogli dal ministro plenipotenziario a Parigi, Baracco.
                           Rattazzi intanto coglieva i frutti del suo accordo con Napoleone III maturato durante il soggiorno
                        parigino, in cui aveva preparato con cura la sua ascesa al potere, come aveva anticipato il di Revel. Il
                        cambiamento del governo da Ricasoli a Rattazzi, avvenuto ai primi di marzo, perciò non lo sorprese.
                        Pensava che la personalità del nuovo capo del governo, la sua lunga esperienza politica, più volte mini-
                        stro e presidente della Camera, i buoni rapporti con Garibaldi, l’amicizia con il re, la capacità di essere
                        duttile, a cui era estraneo il barone fiorentino, lo rendevano più omogeneo a Vittorio Emanuele. Accolse
                        però con rammarico la sostituzione di Ricasoli, non solo per la considerazione che aveva per il nobile
                        toscano che aveva agito sempre con molta lealtà e si era prodigato per l’unità e l’indipendenza dell’Italia,
                        ma anche per le più dirette ripercussioni che il nuovo corso politico poteva avere sui rapporti con la Fran-
                        cia e con lo Stato Pontificio. Si mise così in contatto con il ministro della Guerra, Agostino Petitti  che
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                        conosceva dagli inizi degli anni Cinquanta da quando aveva condiviso per qualche tempo la singolare
                        missione nell’impero asburgico e in Prussia. Con il nuovo ministro s’intese subito; Petitti gli rispose che
                        aveva portato la questione della frontiera in Consiglio e che gli sarebbe stata riconfermata la più ampia
                        autonomia nella gestione delle trattative con i francesi e con lo Stato della Chiesa.
                           Ci sembra utile a questo punto qualche breve considerazione ancora sull’atteggiamento del di Revel
                        di fronte alla questione romana: come abbiamo visto era capace di affrontare e risolvere con lucidità e
                        prontezza i problemi militari e diplomatici. Aveva superato i dubbi e le perplessità che appartenevano
                        alla sua sfera morale e religiosa. Su questo problema più volte si era confrontato con Ottavio, a cui espo-
                        neva i propri stati d’animo: da una parte condivideva la linea tracciata da Cavour nella storica seduta
                        della Camera del 27 marzo 1861, dall’altra gli era difficile accettare la teoria dell’Antonelli, il quale
                        sosteneva che il potere temporale di Roma, come si era costituito attraverso i secoli, non poteva mai es-
                        sere modificato, riportando in tal modo la questione della territorialità nell’ambito della fede. L’opinione
                        intransigente del Segretario di Stato pontificio, che Genova interpretava come un pericolo permanente
                        per la raggiunta unità nazionale, lo spingeva a riconfermare la posizione ideale che aveva assunto già
                        partendo per la campagna dell’Italia centrale: la Chiesa spirituale era altra cosa dal potere temporale. La


                        17  Il generale La Marmora aveva vietato dal novembre di quell’anno la pubblicazione sul Giornale Officiale di Napoli di notizie riguar-
                           danti il brigantaggio.
                        18  Agostino Petitti Bagliani di Roreto (Torino 1814 – Roma 1890) tenente di artiglieria nel 1833, meritò una menzione d’onore nel
                           1848 a Sommacampagna e nel 1849 a Genova. Fu nella spedizione di Crimea capo di Stato maggiore. Colonnello nel 1856, nel 1858
                           comandante del reggimento di artiglieria da campagna a Venaria Reale, nella seconda guerra d’indipendenza fu aiutante del generale
                           La Marmora. Prese parte alla campagna nell’Italia centrale come capo di stato maggiore. Ministro della guerra nel 1862 nel governo
                           Rattazzi, favorì la fusione dei volontari garibaldini nell’esercito regolare, ricoprì la carica di ministro ancora nel terzo governo La
                           Marmora nel 1864 Nella guerra del 1866 fu aiutante generale dell’esercito e comandante del IV Corpo d’armata.
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