Page 186 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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dopo cercò di mitigare) scosse l’esercito e divise l’opinione pubblica ; il ministro della Guerra si mosse
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di fronte alla presa di posizione di larga parte dell’ufficialità con grande accortezza e moderazione.
Genova da parte sua, non condivise tale comportamento; giudicava quelle iniziative pericolose al pari
di quelle dei reazionari legittimisti tese a impedire la coesione nazionale e a creare ostacoli al governo;
guardava con preoccupazione all’agitazione che si era diffusa in Italia, temeva soprattutto favorisse nuo-
vi più gravi incidenti nella zona dove si trovava, dall’equilibrio politico e militare così precario. Confes-
sava al fratello di non approvare gli inviti alla prudenza e che, per quanto riguardava i fatti di Sarnico,
avrebbe tenuto una condotta ben più decisa e ferma.
Accolse quindi con liberazione la decisione del ministro della Guerra di richiamarlo a Firenze al
comando della sua brigata: ciò che maggiormente lo spingeva a lasciare Terni era il desiderio di rag-
giungere Milano per sposare finalmente la sua Camilla. Partì il 1° agosto per Firenze, senza frapporre
indugi, temendo sempre un contrordine visto l’evolversi della situazione politica. Era soddisfatto per
aver portato a termine con successo un compito delicato e contento di lasciare il presidio di Terni che
sarebbe passato al comando divisionario di Perugia, affidato a Raffaele Cadorna, che dipendeva a sua
volta dal comando generale di Firenze di Manfredo Fanti. Si sarebbe dunque trovato in terz’ordine senza
più l’ampia autonomia di decisione avuta durante gli undici mesi di permanenza nell’Umbria.
Tuttavia, giunto a Firenze, non trovò una situazione tranquilla, tanto da dire al fratello che non osava
fare progetti in tali frangenti, ma che confidava nella benevolenza e nell’amicizia di Fanti per ottenere
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una licenza per Milano.
Proprio in quei giorni infatti la stampa pubblicava un ordine del giorno di Garibaldi dalla foresta di
Ficuzza, in prossimità di Palermo, dove il Generale era sbarcato ai primi di luglio al grido di “Roma o
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morte” lanciato da un ignoto popolano durante un’entusiastica manifestazione. L’eroe dei Due Mondi
si rivolgeva con ardenti parole ai giovani che accorrevano da ogni parte d’Italia e apertamente parlava
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dell’esercito italiano come dell’alleato pronto a intervenire per la liberazione di Roma. All’appello di
Garibaldi rispose il 3 agosto da Torino Vittorio Emanuele con un proclama, firmato anche dal presidente
del Consiglio Rattazzi e da tutti i ministri, in cui in sostanza negava ogni intesa segreta con l’impresa
garibaldina e parlava apertamente del rischio di una guerra civile. Il di Revel, si doleva che si fosse
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27 Così il filo garibaldino quotidiano di Palermo La campana della Gancia del 22 maggio 1862 commentava l’accaduto: «Il fatto di
Brescia sarà per noi lezione severa, a ciò apprendessimo a che uso siano destinati i nostri figli quando ci si chieggono con pretesto del
servizio militare. Non devono far la guerra allo straniero, no, devono fare i boja a’ loro fratelli!... Dorma pure in pace l’Austria, e si
assicuri che niuno la toccherà, vi è il governo italiano che la guarda» Cfr. Eva Cecchinato, Camicie rosse. I garibaldini dall’Unità alla
Grande Guerra, cit., p. 58.
28 In una lettera al comandante del reparto coinvolto negli incidenti, il 19º reggimento di fanteria di Brescia, Petitti ricordava quello che
era il ruolo dell’esercito nell’ambito della comunità nazionale «Certamente a sì grave offesa dovevasi la più ampia riparazione, ma
è bene che l’Esercito sappia mostrare che sull’altare della patria è pronto a sacrificare ogni rancore. (…) A noi non spetta entrare in
discussione, i militari sanno che il loro posto è la dove li chiama il servizio del Re e della patria; essi obbediscono senza discutere».
Cfr. Eva Cecchinato, Camicie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra, cit., p. 58.
29 Genova Thaon di Revel, Umbria e Aspromonte, cit., lettera da Firenze, 5 agosto 1862, p. 91.
30 Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, cit., vol. V, p. 193.
31 «Italia e Vittorio Emanuele. Roma o morte. Miei giovani commilitoni, anche oggi ci unisce la Causa Santa del nostro paese: - anche
oggi, senza chiedere che si fa? dove si va? e quale sarà la ricompensa delle vostre fatiche? – voi siete accorsi col sorriso sulle labbra,
colla gioja sulla fronte al banchetto delle battaglie, sfidando i prepotenti dominatori stranieri, e gettando la scintilla divina del conforto
nell’anima dei nostri fratelli schiavi. (…) Fatiche, disagi, pericoli, sono le solite mie promesse; e quelle promesse che spaventerebbero
anime deboli, o mercenarie, sono uno stimolo – io lo so- per i coraggiosi uomini che mi accompagnano. Io vi conosco bene, resti
mutilati di gloriose battaglie; e conosco bene l’animosa gioventù che mi segue – A voi dunque superfluo sarebbe chiedere valore nelle
pugne. (…) Noi, riuniti al nostro prode Esercito, daremo un ultimo saggio del valore italiano col realizzare al fine la patria unificazione;
ed i valorosi figli di Sicilia saranno anche questa volta i precursori de’ grandi destini a cui è chiamato il nostro paese. G. Garibaldi»
Cfr. Leandro Mais, Bruno Zappone, Garibaldi e il tragico episodio di Aspromonte. (29 agosto 1862), Ufficio Storico Stato maggiore
esercito, Roma, 2009, p. 59.
32 Il proclama così concludeva: «Italiani! Guardatevi dalle colpevoli impazienze e dalla improvvide agitazioni. Quando l’ora del compi-
capitolo settimo

