Page 109 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO PRIMO
sorte. In una località dove si erano raccolti, 650 militari, tra Carabinieri e Finanzieri, furono uccisi a colpi di
mitragliatrice: perché l’ordine tedesco non riguardava solamente l’uccisione dei prigionieri ma anche evitare
che di queste sommarie fucilazioni vi fossero testimoni, e nel caso ve ne fossero, dovevano essere eliminati.
Le esecuzioni sommarie avvennero, con una incredibile violenza, in ogni parte dell’isola, ovunque vi fossero
dei nuclei che avevano combattuto.
All’alba del 22 settembre, non essendo arrivati dall’Italia aiuti, avendo le forze tedesche travolto le resistenze della
fanteria e dell’artiglieria italiana e avendo raggiunto il Comando Tattico divisionale, la guarnigione di Cefalonia si
dovette arrendere con 75 ufficiali e circa 2.000 tra sottufficiali e soldati. I tedeschi contarono 1.200 morti. Gandin
aveva combattuto in prima persona con alcuni gruppi raccolti da postazioni diverse e fu fatto prigioniero.
Erano già caduti in combattimento 65 ufficiali tra cui 5 comandanti di Reggimento e di Corpo e 5 coman-
danti di Battaglione; 1.250 sottufficiali e soldati.
Tra il 21 e il 23 settembre furono uccisi 189 ufficiali catturati e 156 nei giorni successivi per un totale di 345
ufficiali; 4.750 tra sottufficiali e soldati prigionieri furono sommariamente giustiziati. Gandin ebbe un pro-
cesso farsa di fronte al Tribunale di Guerra e fu accusato di aver fatto fuoco contro la Wehrmacht, non come
militare ma come ‘franco tiratore’. Anche in questo caso come negli altri, il comando tedesco applicò gli
ordini rigorosi che erano giunti direttamente da Berlino, e cioè fucilazione per gli ufficiali e deportazione nei
campi di concentramento per sottufficiali e militari di truppa. Il 24 settembre mattina, in gruppi di quattro
per volta furono fucilati di fronte a quella che si ricorda ancora come la ‘casetta rossa’. Il Comandante Gan-
din fu il primo ad essere giustiziato. Nessuno degli ufficiali dell’Arma presenti sfuggì all’esecuzione. Come
ultimo oltraggio l’operazione venne eseguita da sottufficiali e soldati semplici.
Non bisognava lasciare tracce di quello che era successo, secondo gli ordini ricevuti, e quindi le salme degli
ufficiali furono gettate in mare e le altre furono bruciate.
I numeri non rendono però il senso della tragedia di Cefalonia: i nazisti massacrarono circa 6.000 uomini;
infatti degli 11.000 superstiti si salvarono meno di 5.000 elementi.
Molti, di quelli che si erano salvati, persero la vita perché dei piroscafi che li trasportavano verso i porti greci,
per poi essere messi su treni verso i campi di concentramento in Polonia, due affondarono, dei quali uno per
bombardamenti alleati, che non conoscevano il carico di quel convoglio.
La resistenza si dimostrò anche con atti di coraggio e disperazione. In Argostoli occupata, i tedeschi aveva-
no fissato la bandiera del Terzo Reich in quella locale Piazza d’Armi. Un giovane sottotenente dei Carabi-
nieri dell’VII Battaglione ripristinò con un atto di coraggio, ammainando quella nazista, la bandiera italiana,
attaccando poi con successo una formazione nazista. Preso prigioniero, sarà fucilato.
La Marina era riuscita comunque ad aiutare la Divisione Acqui perché nella notte del 19 settembre la motonave
Probitas riuscì a imbarcare circa 1.700 militari, portandoli in salvo in Italia. Nella notte del 23 settembre furono
salvati altri 1.500 militari, da due piroscafi, Salvatore e Dubac; fu fatto un ultimo tentativo e furono salvati altri
1.200 militari. Il Probitas, che era rimasto al porto di Santi Quaranta, per avaria, affondò dopo un bombarda-
mento tedesco. Fu perso anche il Dubac, che, colpito mentre navigava verso le coste, andò a incagliarsi sulle
coste salentine. Non fu possibile fare altre operazioni di soccorso per la continua presenza di aerei tedeschi.
Si salvarono pochi militari e dettero vita a quello che poi sarà conosciuto come il Raggruppamento Banditi
Acqui, composto da circa 1.300 soldati e sette ufficiali che avevano preso contatto con i greci resistenti e i
prigionieri non deportati. Questo raggruppamento riuscì a collegarsi con la Missione Alleata e addirittura
essere riconosciuta da questa come ‘cobelligerante’. Non tutto fu molto semplice e infatti fu la ELAS greca
a chiederne il disarmo ma, questa volta, gli Alleati furono a fianco dei componenti il raggruppamento di
resistenza clandestina nell’isola. Ci sarà un’altra battaglia nel 1944 ma i tedeschi furono cacciati dall’isola.
Quella volta nella piazza di Argostoli ci furono due bandiere ad essere innalzate: la greca e la italiana.
A Corfù era presente il 18º Reggimento Fanteria Acqui e un gruppo del 33º Reggimento Artiglieria da cam-
pagna, in tutto 16 ufficiali con 4.000 militari. I rapporti fra i partigiani greci e gli italiani occupanti erano
stati nel passato abbastanza buoni, perché gli italiani si erano comportati in modo corretto e quindi non vi
fu un attacco da parte dei greci.
Anche a Corfù fu chiesto, come era ormai prassi consolidata per un comando tedesco, di schierarsi con loro,
ma il colonnello Comandante rispose che si sarebbe attenuto agli ordini del Comando Supremo e soprattut-
to non si sarebbe opposto ad eventuali sbarchi degli angloamericani sull’isola.
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