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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”



           Mediterraneo. Infatti, il 13 maggio 1943 la 1ª Armata, comandata dal generale Giovanni Messe, si arrese e
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           così finì il conflitto in Tunisia con le Forze dell’Asse completamente annientate in Nord Africa .
           Eden riteneva che la sconfitta dell’Asse, soprattutto quella della Germania, sarebbe stata accettata, se non
           addirittura in qualche modo ‘gradita’, dalla maggioranza della popolazione: secondo quanto riportato dalla
           efficiente intelligence inglese operante sul territorio, risultava chiaro che una permanente sottomissione alla
           Germania era per gli italiani di gran lunga meno desiderabile di una vittoria dei ‘nemici’ angloamericani, perché
           sembrava ormai molto chiaro che i sentimenti popolari in Italia mancassero di forte ostilità verso gli inglesi,
           nonostante i violenti bombardamenti sulle città italiane e i ripetuti tentativi della propaganda fascista di fornire
           continuamente i numeri delle vittime civili e dei danni materiali alle città, per sollevare una forte indignazione
           contro i nemici del momento. In realtà questi sentimenti erano presenti insieme, però, a una silenziosa ma
           crescente rabbia verso il regime fascista e il nazismo che avevano trascinato il Paese in questo incubo.
           Per Eden la questione dirimente era l’eventuale possibilità di collasso interno governativo, ancora non
           prefigurabile come temporalmente vicino, nel novembre 1942 (come scritto in uno dei memorandum di
           quell’anno), o se invece l’Italia sarebbe rimasta in guerra fino alla definitiva sconfitta militare. Si doveva
           anche prendere in conto la possibilità di una rivolta organizzata contro il regime fascista e contro i tedeschi
           che avrebbe avuto una conseguenza inevitabile: l’Italia avrebbe cessato di fare la guerra. Come poi avvenne,
           ma per implosione del regime fascista e non per sollevazione popolare.
           Analizzando le prospettive di un collasso interno, considerato che la situazione italiana si stava progressiva-
           mente deteriorando, una disintegrazione governativa poteva essere il risultato dell’aumento di una resistenza
           passiva di gran parte dell’amministrazione civile e del popolo italiano. L’organizzazione governativa era sot-
           to pressione e la corruzione, che era stata comunque sempre molto diffusa, sembrava aumentare.
           La situazione alimentare, poi, era peggiore di quel che apparisse in superficie a causa di un inverno mite; quel
           problema non era un motivo immediato di allarme ma era chiaro che il miglioramento apparente era dovuto
           soprattutto al mercato nero, riguardante ceti alti e bassi, aumentando la percentuale della inevitabile corruzione.
           Gli angloamericani ritenevano che ulteriori bombardamenti estesi, con relativa interruzione dei trasporti e
           della distribuzione degli alimenti, poteva portare anche a uno stato generale di caos, peraltro non ancora
           auspicabile per le sorti del conflitto.
           Per quanto riguardava le possibilità di una rivolta organizzata, analisti notavano che al momento non appa-
           riva ancora una resistenza al regime, anche politica, seriamente organizzata. Forse solamente al Nord, tra
           i lavoratori delle industrie, potevano esserci delle cellule isolate organizzate per sollevarsi contro il regime.
           Secondo notizie ricevute, però, segnalavano che vi erano già alcune organizzazioni clandestine ma, sebbene
           queste avessero dei progetti molto articolati, non vi era possibilità di credere che fossero già abbastanza
           forti per avere tanto seguito da poter rovesciare il fascismo, anche perché la polizia segreta italiana aveva
           aumentato negli ultimi tempi la sua efficienza e la sua attività, cercando di stroncare ogni velleità antagonista.
           Un altro fattore da tenere in conto per una rivolta popolare contro il regime era la paura delle reazioni dei te-
           deschi: per questo pericolo a Londra e a Washington ben avevano compreso la situazione italiana popolare.
           Infatti, sembrava diffusa la certezza che, se l’Italia avesse cercato di staccarsi dall’Asse, vi sarebbero stati at-
           tacchi e bombardamenti intensi da parte dei tedeschi sulle città italiane. Così avvenne. E questo poteva gene-
           rare una convinzione diffusa che fosse meglio per l’Italia stare ancora accanto alla Germania, finché questa
           non avesse perduto la guerra e in questo modo il pericolo di un’occupazione tedesca si sarebbe allontanato.
           Gli inglesi erano comunque sicuri che col passare del tempo l’irrequietezza generale e lo scontento sareb-
           bero progressivamente aumentati. Nel caso di una invasione degli angloamericani sarebbe potuta cambiare
           decisamente l’attitudine generale della popolazione. Così avvenne.
           Fu analizzata anche un’altra interessante possibilità di rivolta contro il regime e cioè che fosse cambiata radi-
           calmente la posizione di Casa Savoia o dell’Esercito con le altre Forze Armate: insieme o singolarmente, po-
           tevano assumere il potere e governare la nazione, estromettendo Mussolini. Avevano fatto una buona analisi


           9   Messe era stato inviato in Tunisia il 31 gennaio 1943 per assumere il comando della 1ª Armata italiana e, dopo Rommel, quello
           di tutte le forze dell’Asse su quel fronte. Il 13 maggio 1943 a Capo Bon dovette arrendersi su ordine del Comando Supremo,
           giunto alle ore 13.00 del 12 maggio. V. Giovanni Messe, La mia Armata in Tunisia. Come finì la guerra in Africa, Milano, Mursia
           Editrice, 2004.

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