Page 166 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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I giovinetti 117
Si offerse per i reparti d’arditi, superando dolorosamente lo scrupolo della pena
della famiglia. Sperava di poter giungere in tempo per le ultime battaglie. Invece fu
rimandato d’autorità al corso allievi ufficiali di Caserta. Il duro allenamento militare
aveva forzato il suo organismo: lo si sente nella rievocazione del suo noviziato militare,
quando ritorna nell’agro romano, dov’era stato al campo, in attesa di recarsi a Caserta.
Ma questa campagna deserta e selvaggia, dall’orizzonte sconfinato, uguale ed ondu-
lata con Ie sue praterie immense e arse dal sole; questo cielo azzurro ossessionante, che
all’alba e al tramonto si arrossa e s’incendia, queste giornate piene di silenzio e queste
notti quasi orientali, imbiancate dalla luna; insomma tutta la poesia dell’Agro splendido
compensa a usura la durezza della vita che ora conduco… Potrò dire un giorno d’aver
provato tutto: disagi, fatiche, privazioni. Potrò dire d’essere stato bersagliere e ardito;
soldato e, poi, ufficiale, e di aver tutto accettato e provato senza lamenti e senza rimpian-
ti. Ho veduto paesi e città; ho marciato sotto il solleone; ho dormito sotto le stelle; ho
provato la fame e la sete; ho avuto grandi soddisfazioni e grandi amarezze: ho vissuto in
una parola tutta la bellezza del mio ideale e della mia fede. Ma non è ancora ciò che de-
sidero e ciò che attendo… La mia anima è mutata, come la pelle che è abbronzata; come
il mio viso che è meno infantile. E questa vita che prima mi appariva come cosa bella e
seducente è divenuta ora dura e necessaria esperienza in attesa della prova più ardua .
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La prova più ardua gli fu negata. Affiora qua e là nei suoi scritti, un accento di testa-
mento, un oscuro presagio di morte, che si svolge dal sentimento della fatica, del duro
sforzo della preparazione, ed è la misura della grandezza morale di questo diciottenne.
Mi son sentito solo, molto solo, in momenti in cui credevo potesse bastare a for-
tificarmi la solitudine. Ma invece della solitudine ho trovato un isolamento triste e
pericoloso, contrastato da volontà opposte alle mie e in cui la mia anima, a poco a
poco, si smarriva. Mi sono risollevato, a stento, dopo aver provato le emozioni più
profonde e con gli occhi ancor pieni di nere visioni. È stata, certo, una prova: ma
una prova che per poco non mi ha spezzato. Ho resistito, perché il mio spirito si
è appoggiato, nei momenti più critici, ad una sbarra d’acciaio, che, fissa nella mia
coscienza, non ha mai piegato; ed era la forza del mio ideale, la fede nel mio domani
e nel dovere sacro che dovevo compiere. Ed ho vinto .
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Io ho dovuto dimenticare la mia educazione, e anche me stesso, per potermi maggior-
mente adattare all’ambiente in cui mi trovavo: ho dovuto far tacere, qualche volta, i miei
stessi sentimenti e le mie predilezioni per portarmi a contatto, con l’anima, oltre che col
corpo, coi più rozzi e grossolani dei miei compagni. E non mi sono mai lamentato. E
anche le amarezze che provavo io ho sempre cercato di tenere dentro di me e di sorridere
anche quando i vostri sguardi mi interrogavano con un’ansia mal dissimulata .
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Questa dura interiore disciplina lo consumò: a Caserta soggiacque all’epidemia
influenzale, e morì prima di poter combattere e prima di vedere la vittoria d’Italia: il 6
ottobre 1918.

