Page 162 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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I giovinetti  113

               interamente il mio dovere? Avrò il coraggio di uccidere sempre, sempre, finché non
               m’uccideranno, o finché il nemico non sarà più che l’ombra di se stesso? Questo
               coraggio io voglio, Papà mio, e credo di avere…  .
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               Fu subito messo alla prova. Appena giunge in linea, partecipa all’azione dei primi del
            novembre 1916 che portò l’esercito italiano sul Faiti, e in una feroce mischia a corpo
            a corpo, per liberare il suo attendente, dovette uccidere di sua mano, col pugnale, un
            Kaiserjäger. Inorridì delle sue mani lorde di sangue, e contro l’orrore cercò riparo rievo-
            cando dentro di sé g1i affetti della famiglia.
                 (10 novembre ’16, alla sorella Maria). La guerra mi trasforma se già non mi ha
               trasformato. In che senso? Cercherò di spiegartelo per quanto i miei sentimenti si
               agitino confusi nell’anima mia imbambolata. Un rafforzamento d’affetti: nell’amore
               che ho per papà e mammà, per te, per i fratelli ho scoverto nuovi vincoli, nuovo
               dolcissimo sapore; eppure, Maria mia, io che con queste mani scrivo queste parole
               delicate, che con queste mie mani fo una conca per accostare i miei affetti accanto al
               mio cuore materialmente, come si fa con una passera stretta pian piano, io, Maria,
               il 3 novembre in un furioso assalto alla baionetta ho scannato un uomo… Forse
               quest’azione che eticamente mi ha allontanato dalle creature umane, mi fa sentir
               più vivo il desiderio d’essere amato e di voler bene… Ma perché ti dico questo? Non
               lo so. Per parlare, per dirti che italianamente e militarmente mi piace la guerra, ma
               che come uomo, utopia del secolo ventesimo!, mi fa orrore. Ci sono dei momenti
               in cui ti trovi un frenetico caos di idee, per il quale, mentre con la pistola spianata
               vuoi avanzare, distruggere ancora, segnare una nuova trincea più avanzata col sangue
               nemico, ti trovi dentro gli abiti borghesi e nel mezzo di questi, l’anima ti piange
               (mentre gli occhi di carne restano senza lacrime) sulla infinita follia energumena e
               sanguinosa e tu vivi un delirio di pensieri saggi e sociali, per cui ti sembra che tu solo
               ragioni. Ma queste sono crisi passeggere e che passano, e con l’andare del tempo non
               verranno più .
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               Quasi a lavacro di questo vissuto orrore rivolge il pensiero alle sofferenze sopportate,
            e vi prova un ristoro.
                 (15 novembre, alla sorella Maria). Sul Pecika siamo stati dall’1 al 3 novembre di-
               giuni e senz’acqua, perché il nemico ci accoppò le salmerie. Allora dovemmo accon-
               tentarci di succhiare l’acqua di una pozzanghera. Vero è però che dopo si è talmente
               soddisfatti di se stessi, che ti verrebbe la voglia di aver sofferto ancora di più, per
               poterti stimare, autostimare di più .
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               Il suo tormento si spense pochi giorni dopo, nella morte, il 19 novembre 1916.

               Intanto la guerra durava infinita.
               Nell’ultimo periodo, uno stato d’animo più agitato e più mosso appare nelle lettere
            dei giovani, che la guerra aveva sorpreso fanciulli coi calzoncini corti, e che man mano
            eran chiamati alla difesa della patria. Hanno anch’essi slanci ed entusiasmi, Ma anche
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