Page 160 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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I giovinetti  111

                 (29 ottobre). Passando da un villaggio, vediamo un grande incendio: era del mate-
               riale che veniva bruciato piuttosto di abbandonarlo al nemico. Le fiamme arrossava-
               no il cielo e mille lingue di fuoco s’innalzavano minacciose. Nel mio spirito esaltato
               quell’incendio mi pareva un simbolo della nostra rovina!
                 Camminammo tutta la giornata e giunta la notte riposammo tutti, ufficiali e solda-
               ti, in un fienile. Dormii saporitamente. La mattina del 30 partimmo; avevamo lasciato
               il Torre e ci ritiravamo sul Tagliamento. Camminavo a stento dentro un paio di scar-
               poni avuti da un soldato, le mie essendo divenute inservibili… A Pinzano si cominciò
               a sentire il tiro furioso dell’artiglieria nemica; granate shrapnells facevano scempio di
               uomini e di materiale; una granata incendiaria cadde a trenta passi da me e colpì un ca-
               mion che fu avvolto dalle fiamme. Temevo di non ritrovare la mia compagnia; giunto
               a un bivio trovo il maggiore… col reggimento. Povero reggimento, 26 uomini il primo
               battaglione, 36 il secondo, 16 il terzo. Il maggiore diede l’attenti e presentò il reggi-
               mento al generale…; reggimento non più di due mila uomini, ma di 78. A questi mi
               onoro di avere appartenuto. Quei 78 uomini dovevano fare testa di ponte al di qua del
               Tagliamento. Per ordine del tenente… misi i 26 uomini del nostro battaglione in linea
               a dieci passi d’intervallo uno dall’altro, con la baionetta in canna. Che linea irrisoria!
               Eseguito l’ordine, tornai dal tenente…; ero affamato, mi diede un po’ di cioccolato,
               ma non mi saziai, e entrato in un orto presi delle rape e le mangiai, anzi le divorai, così
               crude, più tardi arrivò un pollo da dividere fra i nove ufficiali del battaglione.
                 Rimanemmo per ore ed ore sotto la pioggia ininterrotta; mi lasciai prendere
               cinque minuti dal sonno; posai la testa sulla spalla di un collega, che mi svegliò
               ammonendomi che avrei preso una polmonite. Poco dopo, chiamato da un cicli-
               sta, vado al comando del reggimento, dove accetto volentieri l’invito del maggiore
               di sedermi a tavola con gli altri ufficiali… Andai a riposare, ma all’una dopo mez-
               zanotte venne l’ordine di partire; camminammo sino al monte di Pinzano; ma il
               piede gonfio e sanguinante non mi permetteva di andare al passo con gli altri, tan-
               to che il colonnello… mi disse: «Tenente, salga pure su una carretta». Non esitai a
               seguire il consiglio, e salii su una carretta del genio con una coperta abbandonata
               da borghesi fuggiaschi, giacché nella confusione avevo perduto l’attendente con
               quel po’ di roba che m’era rimasta. E passammo il ponte; due giorni dopo vi pas-
               savano le truppe nemiche.
                 Il I novembre il mio reggimento si trovava accampato a Valeriano, presso Spilim-
               bergo; lo raggiunsi, e, come sempre affamato, divorai un quarto di scatola di salmone
               offertami dal capitano…, e del biscotto datomi da un soldato.
                 Anche al di qua del Tagliamento lo spettacolo era doloroso: colonne di soldati passava-
               no continuamente, e si vedevano soldati morti, addirittura sfigurati, in mezzo alla strada.
               Dormii per un’ora su un po’ di fieno, avvolto nella mantellina, e ripresi poi il cammino.
               Marciammo, marciammo, arrivammo in un paese di cui non ricordo il nome; la truppa
               dormì all’aperto, noi ufficiali ci seppellimmo in un fienile dopo aver mangiato un boc-
               cone di polenta e bevuto un bicchier di vino. Dormii benissimo, straordinariamente, per
               ben sette ore; mi alzai riposato, non sentendo più alcuna stanchezza.
                 Al mattino del due novembre riprendemmo la marcia; a un tratto facemmo alt,
               perché due aeroplani nemici mitragliavano la strada; ci riparammo ai lati, nei fossi;
               scomparso il pericolo, continuammo a camminare sino a Segnols, dove, dopo nove
               giorni di disagi d’ogni sorta sopportati con cuore di soldato, ma con una tristezza
               infinita, trovai un letto in casa del sindaco che fu gentilissimo, e volle far mensa in
               comune. Comprai della biancheria usata ma pulita: ero rimasto con soltanto quella
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