Page 161 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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112   Momenti della vita di guerra

             che avevo indosso, che albergava non pochi insetti… Sarebbe inutile continuare e
             raccontarvi giorno per giorno, delle nostre marce interminabili, dei soldati che stan-
             chi e abbattuti rimanevano addietro, e delle difficoltà incontrate. Camminammo
             una volta per ventiquattr’ore, con tre sole ore di riposo; la notte del cinque novembre
             ci cibammo di carne cruda scaldata tra le ceneri e la brace.
               L’undici novembre il maggiore elogiò con l’encomio semplice tutti gli ufficiali pre-
             senti in linea al di qua del Tagliamento; il sedici giungemmo a Villaga, presso Erba-
             rano; l’ultima tappa fu Polverara, presso Padova, dove giungemmo il 21 novembre .
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             Ma non è ancor finita la tragica marcia, che l’animo s’è risollevato. Il 7 novembre
          scriveva al padre:
               Orgoglioso di aver fatto fino all’ultimo il mio dovere, ma triste in cuore e avvilito,
             sano di corpo e illeso, ti mando, dopo tanti giorni di forzato silenzio, i miei saluti
             più sinceri e m’unisco a te per fare i più fervidi auguri alla patria nostra. La terribile
             bufera si è arrestata, lasciando nell’animo di noi soldati intatta la fede, e rafforzato il
             proposito di riprendere la terra nostra con una poderosa offensiva .
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               (17 novembre ’17). Ci stiamo riorganizzando, e speriamo di poter presto rigua-
             dagnare il terreno che abbiamo dovuto abbandonare. Ti giuro papà, che quando
             venne l’ordine di lasciare le trincee mi venne voglia di piangere dalla rabbia e dalla
             vergogna…
               Dimentichiamo per ora l’accaduto; verranno poi le recriminazioni. occorre ripa-
             rare al più presto e nel modo migliore .
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             Da parte sua non esitò a rimediare: s’arruolò fra gli arditi.
             Cadde a Zenson il 15 giugno 1918, nella grande battaglia del Piave.


             Non tutti però trovavano facilmente il loro equilibrio spirituale nella nuova vita,
          e nella dura fermezza che la guerra esige. Qualcosa di profondamente, di gentilmente
          umano doveva essere soffocato. Commovente è il caso di Giorgio Lo Cascio. Aveva
          sognato e sospirato il momento di combattere, di farsi onore come suo nonno che
          aveva partecipato alla battaglia di San Martino, e come un suo zio, che in Libia e
          nel Cadore aveva rinnovato le tradizioni militari della famiglia . Finalmente, nel
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          settembre del 1916, uscì dalla scuola di Modena ufficiale dei bersaglieri. Scrivendo al
          padre, gli esponeva una sua interna trepidazione. Avrebbe avuto, in guerra, l’animo
          d’uccidere?

               (23 settembre ’16). Da oggi sono una piccola cosa nel nostro esercito, nulla o
             quasi, ma sono. Era il mio sogno: come tutti i sogni qualche cosa di eternamente
             delicato, ideale, senza il corpo della realtà. Oggi la realtà, questa terribile deterio-
             ratrice degli ideali, c’è. La realtà di oggi: il mio sogno, non del giovinotto bramoso
             delle spalline e della sciabola, ma dell’italiano che punta con lo sguardo, la mente
             ed il cuore a Trento e Trieste. Se torno non lo so, perché rinuncio a domandarmelo.
             Non è questa la domanda che mi assilla, ma un’altra: saprò fare, come l’Italia vuole,
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