Page 167 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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             Silenzioso, modesto, pensoso, rassegnato e insieme forte; già esperto delle illusioni
          e degli errori umani, ma per nulla pessimista, credente in una realtà non parvente, nel
          dovere austero mazziniano, fu anche Enzo Zerboglio, che morì sul Solarolo alla vigilia
          della vittoria definitiva . Ciò che di lui balena nelle sue lettere, rivela un intenso e
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          continuo lavoro interiore di riflessione, che non paralizza il coraggio di decidersi e d’o-
          perare: ha la parola profonda che vien da lontano.
              Il padre, rievocandone la figura, ne definisce in maniera indimenticabile il pathos:
          «C’è in quella figura tanta rinunzia di sé, che nessuno, credo, la guarda senza una qualche
          sofferenza, come al cospetto di chi, pronto alla dedizione per il bene altrui, ci appare, nelle
          asprezze delle umane competizioni e degli umani appetiti, un tradito».
              Non amava le illusioni e i sogni di cui si compiacciono spesso i giovani: era figlio
          d’un’età autunnale. Guardava a fondo nell’esperienza del padre, antico pioniere del
          socialismo.

               Papà è una persona un po’ scettica, forse… troppo: egli da giovane ha accolto le
             teorie socialiste e, abbagliato dal sole dell’avvenire, ha sostenute idee di umanità, giu-
             stizia, ecc.; eppoi la realtà gli ha mostrato il suo errore e le sue illusioni ed è arrivato
             allo scetticismo che è una reazione alla realtà di colui che si era di essa formato un
             diverso concetto… .
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              Ma questo controllo delle illusioni non doveva essere la morte della speranza. Par-
          tendo per la fronte, scriveva ai suoi:

               Sperare sempre senza vivere nel mondo delle illusioni, sperare ragionando e ren-
             dendosi conto della realtà delle cose .
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             Dalla fronte insisteva:
               (20 ottobre ’17). L’avvenire non è in mano nostra ed è perfettamente inuti-
             le fantasticare esulando in un pessimismo od in un ottimismo, inutili ambedue.
             Ma giacché la speranza, ultima dea, è rimasta a disposizione dell’uomo, speriamo,
             s’intende, in un futuro roseo quanto è logicamente e ragionevolmente possibile.
             Sappiate che qui ho trovato gente che è sotto le armi dal 1914! eppure filosofica-
             mente ha sopportato ed è disposta a sopportare quanto sarà necessario. Meglio
             cento volte vivere nel presente, nell’attimo, che pretendere d’indovinare quello che
             sarà dopo…
               … Né bene né male bisognerebbe aspettarci dall’avvenire: siccome l’uomo è però
             di carattere propenso a fantasticare, la sua fantasia voli piuttosto nel regno del bello
             che nel regno dell’orrido… Che dite di questa filosofia un po’ futuristica a tutta
             prima?… Io trovo in essa un conforto indicibile: e ne sono talmente compreso che
             neppure una brutta realtà può rompere l’intima mia convinzione. Nonna Vera sarà
             forse quella più d’accordo con me di tutti gli altri: papà ne dubito, perché in lui è
             troppo penetrato il sentimento del pessimismo… Egli potrebbe sostenere che talvol-
             ta non ha errato nelle sue tristi previsioni; ma io posso rispondergli che tanto valeva
             vivere bene… innanzi .
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