Page 168 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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I giovinetti 119
… Bisogna proprio dire che l’uomo nonostante i suoi difetti e le sue manchevo-
lezze, ha in sé delle grandi risorse, per le quali sa rendere tollerabile, ed anche piace-
vole, la vita più irta di tormenti; è così che oggi – in tempi catastrofici – la maggior
parte dei nostri simili continua il suo tran tran, quasi nulla fosse… .
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Un ottimismo, insomma, senza illusioni, una chiaroveggenza calma che s’innesta
sul principio del dovere: e in cui si può sperare, e postulare una coincidenza del bene
etico col bene eudemonistico, come un posterius rispetto al dovere. Sottolineava, in un
passo da lui studiato, le parole libertà perfetta e ubbidienza: l’ubbidienza all’ideale come
forma della libertà: e faceva il dover suo semplice e schietto.
Oh, come sarei contento se vi sapessi più vicino a me. Io faccio il mio dovere
così compreso della necessità di farlo, che non mi accorgo di alcun sacrifizio, e ciò
probabilmente pure perché intorno a me migliaia di persone vivono la stessa vita .
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E gli fu facile il 26 ottobre 1918, sul Solarolo, ferito per due volte, rinunziare a
lasciar la linea, fino a che, colpito una terza volta, serenamente spirò.
Tali furono, nel complesso, i giovinetti di quella guerra: dietro a questi pochi che
noi abbiam potuto rievocare dai documenti della loro vita raccolta, molti e molti altri
risorgono nella memoria dei superstiti: quei ragazzi che eran trattati come i figli del
battaglione o della batteria: quel ver sacrum d’Italia, che fu offerto in sacrifizio. Quel
che in essi ci commuove è la loro intierezza spirituale. Lo spirito di sacrifizio e l’eroismo
non son frutto d’un’educazione spartana, d’un’amazonia mutilazione del loro animo:
germoglia invece da un senso integro d’umanità che tendeva a ben altri fini che agli
allori sanguinosi della guerra: da un profondo e raccolto senso del dovere come anima
di tutta la vita. Se si fossero salvati, sarebbero stati poeti e ingegneri, artisti e scienziati,
magistrati e politici della loro terra. Capaci di grandi opere nella pace, non stentarono
ad elevarsi al duro compito della lunga guerra. Idealmente essi appartengono non alle
palestre dell’Europa, ma alle efebie d’Atene.

