Page 226 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  177


            sensibilità non rispondeva, e parve perdersi la delicata e finissima educazione ricevuta
            (pensare che anni prima tutta l’Europa aveva partecipato con l’anima al caso Dreyfus o
            al caso Ferrer, sentendosi responsabile d’una sola vita, d’una sola ingiustizia), ma sopra
            tutto si rasentò lo smarrimento del senso dell’essere.
               Lo sforzo della fatica oltre ogni limite, la necessità di esser duri e implacabili, lo
            svuotarsi dell’intelligenza nella vita militare, il restringersi del proprio orizzonte alla
            quota nemica dominante, alla ridotta o all’elemento di trincea che vomitava il fuoco
            della sua mitragliatrice e i suoi «barilotti» sulla linea, il peso di responsabilità che pareva
            non dovesse finire neanche con la vita, il tarlo assiduo della nostalgia, l’avvilimento delle
            piogge, del fango, degl’insetti, costituivan l’incubo della guerra.
               I giovani giungevano in linea con quello che fra i combattenti fu poi designato «il
            sacro entusiasmo del ’15». Non tardavano ad accorgersi che la guerra reale era ben di-
            versa da quella fantasticata. Bisognava precingersi di pazienza, d’ostinazione, di tenacia
            disperata. Lo segnalavano ai compagni e ai fratelli che dovevano seguirli. Moriva la
            guerra garibaldina. «Ricordati che la realtà della guerra è assai differente dagli entusia-
            smi giovanili; non ti perdere mai di coraggio e cerca di diventare filosofo», scriveva il
            tenente Andrea Tulli , veterano di Libia, al fratello Ettore che s’arruolava volontario.
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               Gaetano De Vita  confessava ai suoi:
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                 (16 agosto ’16). Ogni bel gioco dura poco, ed è proprio il gioco della guerra che
               fra tutti non dovrebbe prolungarsi tanto. Vi assicuro che quell’entusiasmo dei primi
               mesi per essa non lo conservo più e solamente perché allenato e perché spinto dal
               dovere farò tutto e bene in caso che si ritorni al fuoco. L’ardire e la sfacciataggine
               dei primi mesi di guerra v’assicuro d’averli perduti: forse ritornerebbe al momento
               propizio, ma non potrei disporre di essa a sangue freddo. Ma a un comandante di
               reparto, quando non manca la calma, non manca nulla .
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               Nei momenti grigi l’animo si rivolgeva al sogno vissuto nel maggio ’15. All’annun-
            zio della morte di Ruggero Fauro così scriveva Giacomo Morpurgo :
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                 È assai peccato che sia morto. La sua perdita mi ha ridestato il ricordo di questo
               mio interessantissimo inverno romano e della bellissima primavera di preparazione e
               di speranza. Pare assai lontano tutto questo. Si è voluta la guerra con una meraviglio-
               sa festa. Eppure s’è sofferto in quel maggio; mi ricordo d’aver passato giornate ango-
               sciose. Una sera tornammo su io, Paolo, Xydias, Costantini e qualche altro. E Xydias
               parlava con voce spezzata: pareva che tutto fosse finito, sembrava la morte di tutte
               le nostre speranze. E realmente si soffrì. Eppure io ricordo tutto attraverso la visione
               di tutto quel popolo immenso che mosse su da Piazza del Popolo al Ministero della
               guerra, al Quirinale, ad acclamare esultante la guerra che ormai esso avevo voluto.
                 Tutto questo mi sembra assai lontano, in questa piovigginosa e fredda giornata
               di settembre. Ho visto che cosa è la guerra, e sì che non ne ho visto che alcuni
               piccolissimi e limitatissimi aspetti e riflessi. Certo quando la gridavamo, quando la
               chiedevamo eccitati, esultanti, frementi, non si pensava precisamente agli aspetti
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