Page 230 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta 181
nostri blindamenti squarciando dilaniando sconvolgendo. Ci tempestavano d’ogni
parte, prendevano le nostre trincee persino d’infilata. Eppure non avemmo che un
morto e quattro feriti: era il primo sangue ch’io vedevo. Ma i soldati mi maraviglia-
rono: non si mossero, mantennero un contegno che mi sbalordì. Negli intervalli
dello scoppio di due proiettili, seguitavano a mangiare, fumare, bere: al sibilo del
proietto si raggomitolavano istintivamente, per poi ricacciare i denti nel pane. Ho
visto cose miracolose. Essendo io di servizio quel giorno, ero l’unico ufficiale che si
trovasse nelle trincee, in mezzo ai soldati, per dar l’esempio di rimanere al proprio
posto: ebbene, essi pensavano prima alla mia vita, poi alla propria: si precipitavano
su me, mi coprivano con un tavolone, su cui la tempesta di terra sollevata dagli scop-
pi strepitava sinistramente. Durante il bombardamento ho visto dei soldati sdraiati a
terra dormire tranquilli come in un letto delle loro case. Una granata è scoppiata ai
piedi di una vedetta che è stata ricoperta di terra: ebbene, non si è mossa, insensibile
statua. Interrogata poi perché non fosse fuggita, rispose: «Perché i miei superiori mi
avevano ordinato di star lì, qualunque cosa fosse avvenuta». Figura timida e sensibile
di soldato meridionale che non scorderò mai più. E pure direi bugie se affermassi
che i nostri soldati fan tutto ciò per entusiasmo. Oh, mi creda, qui, dinanzi alla
spaventosa realtà che chiama disperatamente a raccolta tutti gli istinti della vita,
non può esserci entusiasmo. C’è senso del dovere. C’è… in Italia bisogna che non
s’illudano, bisogna che spengano le loro fiamme garibaldine nell’acqua lenta mono-
tona della tenacia, della pazienza, della costanza. La nostra guerra sarà lunga, dura,
dura, feroce. Abbiamo dinanzi un nemico formidabile e valoroso inchiodato a un
suolo formidabilissimo. Abbiamo dinanzi un muraglione liscio che non dà presa: per
salirvi, bisogna ammucchiarvi sotto dei cadaveri. Io son qui coi miei soldati dinanzi
al campo trincerato più formidabile del mondo: siamo in una valle infernale di cui
il nemico occupa le vette gremite di artiglierie e di centinaia di trincee in cemento
armato. Dunque coraggio e tenacia .
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Nella trincea s’imponeva anche la realtà della morte, che nei momenti dell’entusia-
smo era stata considerata, anch’essa, come mera possibilità.
«In fondo, subito dopo i primi giorni – scriveva nel suo diario uno dei sopravvissuti
– ci siamo accorti che in guerra, avanti tutto, si muore; poi si combatte, poi si vince o
si perde, e da ultimo, appena, c’è la speranza di poter sopravvivere, feriti o incolumi» .
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L’esperienza poteva ancora essere accettata con serenità come faceva un altro grana-
tiere, il Capocci.
La calma viene dalla rinuncia completa; ormai tornare a casa è cosa difficile: bella
fortuna. Noi invece si vive tranquilli perché siamo convinti che dài oggi e dài doma-
ni, arriva un colpo che ti manda al creatore.
Siamo insieme cinici e sereni. Cinici, perché con tanti morti, tanti disagi, non si
può approfondire il dolore. S’impazzirebbe. E allora uno se la prende con filosofia
e pensa: c’è quello che avviene sempre, che avverrà domani; e non ci pensa più.
Del resto, c’è poco da discutere: se tu hai paura, non sei un uomo; se tu hai paura
di morire, sei un tale incosciente che pensi alla tua pelle come se fosse qualcosa di
prezioso. È un fenomeno tanto generale, tanto grandioso, che pensare alla singola
persona è incoscienza, egoismo, paura. Son migliaia di ufficiali che fan questa vita, e
tutti, specie i caratteri forti, son rassegnati e quasi contenti .
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