Page 233 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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184   Momenti della vita di guerra

               Quattro sere dopo: «Ancora. Non so più nulla del mondo, non si vive più, si
             combatte. Oggi è morto mio cugino capitano. Non una lacrima. Ma chi siamo?»
               Qualche silenzio e poi ancora: «Obbedire e soffrire. Che cos’era l’amore?» E il
             giorno dopo come un pentimento: «Ma perché non parlo dei miei soldati! Quelli
             non sono cerebrali, non pensano, non scrivono come me; sono in gran parte bravi e
             muti. E si battono e dormono nel fango. Baciate i loro piedi».
               Due giorni dopo: «Orrore, un altro attacco. Siamo arrivati dove si erano fermati i
             granatieri tre giorni or sono. Li abbiamo trovati morti, allineati, tutti bocconi. Ma que-
             sta notte almeno non potrebbe piovere meno?» E all’alba dell’ultimo giorno: «Stamane
             ordine d’attacco. C’è il sole. Questa volta mi sento ancora un po’ di gioia e di fede…»
               Poi più nulla .
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             Lo stesso orrore nel diario del Capocci che coi granatieri occupò e tenne per breve
          tempo la quota di Oslavia.

               (5 novembre). … L’altra notte è stato un vero inferno! Ho avuto la soddisfazione
             di sentirmi dire, da gente che ha fatto la Libia e la guerra dal principio, che è stata la
             notte più infernale.
               Dormire nell’acqua è una cosa che non si comprende quanto possa dare ai nervi.
             Dunque, dopo una giornata di combattimento, si torna su, e si trova il posto della
             nostra tenda trasformato in lago. Si prosciuga alla meglio ci si butta giù a dormi-
             re, il capitano, Marzotti ed io. Pensare che eravamo tanto stanchi, e non abbiamo
             potuto dormire un minuto! Le coperte che ci levavamo da dosso e ci mettevamo
             sotto per non star nell’acqua, per stare un po’ più sollevati, s’andavano man mano
             trasformando in ispugne e l’acqua imbeveva i pantaloni e le mutande. «Fortuna che
             ho il maglione», pensavo io! E dire che dopo un po’ avevo la schiena bagnata. Ho
             dormito rivoltandomi ogni cinque minuti, comprimendo sempre più queste coperte
             ormai pregne, che cantavano sole. I gomiti appoggiati sulle giberne, i piedi sulle altre
             scarpe, per non tenerli a terra, il corpo ad arco: fare il ponte come un lottatore. E
             pensare che si dimentica tutto, subito, che quella sera si rideva dei nostri guai e si
             canterellava.
               E tutta la notte cannonate: questa montagna che ci spara così vicino e ci stra-
             zia gli orecchi. E ogni tanto raffiche di fucileria. Tendi l’orecchio: «Che è, che
             non è?» Dice il capitano: «Niente, dormiamo; i nostri non sparano». E che vuoi
             dormire! E dai fuoco a una sigaretta. Accendi, accendi, i cerini sono bagnati,
             la carta vetrata è una pappa. Neanche fumare si può. E quando si fa giorno? E
             tutta la notte gente che passa, piangendo, chiamando aiuto nel buio del dilu-
             vio. Gente che s’è sperduta; che ha avuto paura; che è rimasta dietro, durante il
             combattimento, e che non è tornata su cogli altri. E ora si lamentano, piangono,
             cadono giù nel fango, bagnati, avviliti, paurosi di passare guai, consci d’averla
             fatta grossa. E tutta la notte questa gente persa è andata giù e su pel vallone,
             all’oscuro, sotto l’acqua, tra le fucilate delle vedette, sbattendo e attaccandosi ai
             reticolati. Che inferno!
               Il sole è la salvezza. È bastato un po’ di sole per far tutto dimenticare. Con l’acqua
             che s’evapora, il cervello riposa. Durante la giornata s’è dormito benone; un po’ di
             cognac, un poncino bollente col mio fornellino, e tutto sta a posto .
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