Page 235 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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186 Momenti della vita di guerra
sul nemico che avanza sempre; col sergente Gianese e Caprioli, che requisiscono e
lustrano caricatori.
La mia trincea è crollata. È un carnaio. Non so più niente della sinistra, di Revel,
di Bollardi, di Bernareggi, del I Granatieri.
Alla destra, più riparato dal tiro, ho il povero tenente Antonini, poi morto. Io man-
do il bravo Caprioli dal maggiore Camera, a sollecitare quei rinforzi che il capitano
Luraschi ha chiesto tanto tempo prima. Pochi avanzi di granatieri negli ultimi ricoveri
fanno ancora l’ultima resistenza. Alla fine l’artiglieria nemica cessa: il nemico viene da
tutte le parti. Una compagnia del primo, che alla fine è arrivata, mentre va a rioccupare
la nostra trincea ormai piena di cadaveri e di pochi difensori, si trova di faccia agli au-
striaci che vengono su dalla sinistra. C’è stato un po’ di momento critico: qualcuno s’è
lasciato prender dal panico, qualche disgraziato fantaccino ha alzato un fazzoletto bian-
co sul fucile. Gli abbiamo bruciato le cervella, Bollardi da un lato (me l’ha raccontato
poi), io da un altro. Abbiamo ancora tentato di riorganizzare la difesa, sotto un fuoco
di fucileria e di mitragliatrici da tutti i lati. Intanto arrivano altri rinforzi. Antonini
muore; il capitano Bucceroni e il colonnello Anfossi si prodigano a tutt’uomo per orga-
nizzare bene una solida linea di difesa. Li ricominciamo a buttar giù. Ci risistemiamo,
un po’ più indietro, abbastanza bene. Io sono rimasto un pezzo lì ad aiutare il colonnel-
lo Anfossi. Poi è stato ferito il capitano Bucceroni, il colonnello stesso, leggermente, a
una mano. S’è fatta notte. Il primo battaglione aveva avuto il cambio. Siamo scesi giu.
Al posto di medicazione ci siamo riabbracciati, piangendo, Bollardi, Revel, Benedettini
ed io! Siamo i quattro superstiti del battaglione .
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Claudio Calandra rievoca i combattimenti di Castagnevizza dell’ottobre ’16 in una
caligine d’incubo febbrile.
(23 ottobre ’16). Cara mamma, nella passata avanzata ho visto tutto ciò che mi re-
stava da vedere della guerra. Un bombardamento che incretiní il nemico, e per poco
non incretiní anche noi altri. Un attacco che parve un colpo di fulmine, centinaia di
nemici atterriti, sporchi di terra, fin sugli occhi (tanto stavano appiattati sotto terra
durante il bombardamento), pazzi di terrore, che buttavano le armi, ci porgevano
la mano, gridando d’essere serbi o rumeni, mettendo coccarde tricolori che avevano
in tasca, sui berretti e all’occhiello, tutto questo mentre le artiglierie facevano un
baccano che non ti so dire, i feriti gridavano e il sangue scorreva dovunque. Tutto
questo successe il giorno 10 ottobre. Il 12 avanzammo nuovamente molto bene, si
fece minor numero di prigionieri, ma si conquistò un bel tratto di terreno e molto
materiale da guerra. La notte la passai camminando su e giù per la nuova posizione
a stabilire collegamenti fra la mia e le altre compagnie; mi trovai in una nube di gas
asfissianti, e per poco, se la maschera non mi aiutava, vomitavo anche l’anima! Una
pattuglia nemica mi lanciò contro un ferocissimo cane da guerra, che fu abbattuto
con una fucilata da un mio graduato. Fu insomma una notte piuttosto balorda .
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L’orrido e il tragico eran così assidui, che spesso, per percepirli, bisognava aver l’ani-
ma riposata e fresca.
Chi vi era impreparato rabbrividiva: come un giovane aspirante dei granatieri, che,
giungendo coi complementi, trovò la sua brigata attendata sul San Michele, da recente
espugnato, in attesa d’andarsi a infrangere sul Nad Logem.

