Page 234 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta 185
In una lettera al comandante di battaglione rimasto ferito il Capocci descrive l’espu-
gnazione d’Oslavia il 20-21 novembre 1915.
(11 dicembre ’15). … Si ricorderà forse anche d’avermi chiamato a gran voce – lei
era sulla strada a fianco della Madonnina – e d’avermi dato il primo slancio: siamo
partiti di gran carriera, facendo ruzzoloni attraverso il vigneto e i reticolati, poggian-
do a destra della quarta, poco a destra della strada.
Sulle prime trincee ci siamo ritrovati, Bollardi ed io; abbiamo poi cambiato strada:
la quarta a sinistra, la prima a destra. Austriaci niente. Lei ricorderà le gran grida, gli
urli selvaggi e rauchi dei granatieri: eran già tutti senza voce: «Avanti, avanti Savoia!»
Ci buttiamo giù pel rovescio della quota, intravediamo i primi cappottoni celesti:
scappano da tutte le parti; i granatieri li inseguono a fucilate a brucia pelo, a pochi
metri, li sbudellano.
Alcuni scappano verso un punto a ridosso della collinetta; li raggiungiamo in una
piazzetta,sulla quale s’aprono le porte di due baracche mezzo incassate nel monte. Le
porte ci si sbarrano in faccia: ci sparano addosso dalle finestre a traverso i vetri neri…
Lì ebbe luogo la scena più selvaggia della giornata: eravamo lì pochi della prima e
pochi della quarta con a capo il povero eroico sergente Presti Filippo. A baionettate,
a calci, buttavamo giù le porte, quando arriva il capitano Luraschi col grosso della
mia compagnia. Il capitano era una belva. Sotto i colpi e le spinte dei granatieri la
porta di sfascia, esce fuori un maggiore, cadaverico, in pantofole e fa per consegnare
la pistola al capitano Luraschi che gli è di fronte. Il capitano gli spara due colpi di
pistola da cinque metri, lo rovescia. Esce un’altra brutta faccia: buttiamo giù anche
quello… massacriamo un brutto figuro che (aveva ancora la pistola fumante) gridava
come un ossesso: «Sanité», e mostrava il suo bracciale…
L’esempio fu sufficiente: annientati, atterriti vennero fuori con le braccia in aria,
pregando, implorando, nascondendo il volto dietro i manicotti di pelo, dietro le fal-
de del cappotto. Lí furono fatti quasi tutti prigionieri. Bollardi, che era andato a sini-
stra, ne aveva fatto degli altri, Il capitano mi manda giù giù ancora colla compagnia:
col povero Presti Filippo e altri pochi ci buttiamo giù per un camminamento, inse-
guendo qualcuno che ancora sperava svignarsela, buttandone giù quanti ne vediamo.
Il battaglione s’assesta sulla nuova linea, e nell’ebbrezza della vittoria e della mutata
situazione – «noi sopra e voi sotto» – respinge tutta la notte i contrattacchi nemici.
Ma il giorno dopo comincia il bombardamento.
Sul principio tutti colpi lunghi: eravamo convinti di non esser veduti, di non esser
battuti; più tardi, chi sa come, la fanteria, dalla destra, fa un attacco sconclusionato,
ci viene addosso, dopo – erano un paio di plotoni – ripiegano nelle nostre trincee, ci
fanno scoprire dalle artiglierie. Allora, signor maggiore, è cominciato il brutto. In-
tanto quel che più preoccupava, il nemico veniva avanti da ogni parte, si ammassava
sotto, nel valloncello, al coperto del nostro tiro, aspettava il momento buono.
Le nostre trincee sono state in breve prese di mira con un’insistenza e un’esattezza
inverosimili. Metro per metro andavano per aria. Dolorosamente, lì sono rimasti i più.
Zattoni fu fatto disseppellire a stento dal capitano. Le mitragliatrici, una dopo
l’altra, sono saltate con le loro piazzuole. Il capitano è ferito. Resto io col mio bravo
sergente Crespan, con tre o quattro granatieri che fanno sempre un fuoco d’inferno

