Page 236 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  187

                 (11 settembre ’16). … Sto di buon animo, se non di buon umore, in mezzo
               a tanta rovina, a tanta catastrofe, a tanta strage. Pensa, caro papà, che su questo
               infausto monte (nelle cui caverne, come trogloditi riposano ed abitano i miei gra-
               natieri) tutto è rovina. Non c’è palmo di terreno che non sia stato sconvolto dalla
               rabbia e dal furore dell’artiglieria. Da per tutto tu potresti vedere reticolati sconvolti
               e sconquassati, fucili rotti, trinceramenti squarciati e sfasciati; tombe rozze, donde
               le recenti piogge hanno scoperto degli arti di qualche oscuro eroe; alberi spiantati,
               bruciacchiati; bossoli d’ogni calibro, proiettili inesplosi, membra umane di e qua
               di là; arti che emergono sinistramente; cadaveri che ritengono ancora nel volto chi
               l’espressione dello spavento, anzi del terrore, chi altro l’espressione della pace e della
               rassegnazione. Ma con questo, ti ho messo sott’occhi ben poco: non ti ho scoperto
               appieno la realtà come tragicamente si presenta. Il primo giorno ne sono stato così
               profondamente impressionato che quasi ho stentato a prendere qualche boccone.
               Ma poi mi son fatto forza, e mi sono adattato alla necessita del caso .
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               Eppure, per quanto scritti con l’abitudine dell’orrore, molti frammenti di lettere
            ridanno il rilievo pieno al tragico quotidiano, ai fatti comuni della guerra.
               Tiro di molestia nelle trincee:

                 Ma se uno di quegli infernali strumenti di morte raggiunge il bersaglio! Non ci saran-
               no che due o tre morti e pochi feriti, ma i morti che orrore, che strazio! I miei alpini dico-
               no che quella è la morte senza dolore. Qualcuno aggiunge: «Quello ha finito la guerra!»
               Dicono così per non lasciarsi vincere dallo sbigottimento e dalla compassione. Ripenso
               con un brivido alle cento volte nelle quali mi son trovato faccia a faccia con la morte:
               proprio su quella soglia dove comincia il mistero. Ho visto due uomini di corvée passare
               allegramente sul sentiero sotto di noi portando filo di ferro spinato. Una granata in pieno.
               Più nuIla! Qualche grumo di sangue e le membra sparse lontano. Un attimo, meno d’un
               attimo dalla vita alla morte. Dio è grande! Questo bisogna pensare. La nostra mente da-
               vanti a spettacoli così grandiosamente atroci non può che restare smarrita. Dio è grande .
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               I feriti abbandonati fra le linee:
                 Qualche cadavere straziato sulla neve: urla di feriti gravi, nostri e austriaci, non
               trasportabili. Urla che finivano col divenire lunghe nenie indicibilmente tristi. Uno
               stellato di paradiso. Dai roccioni si vedeva sotto la valle meravigliosa. Di fronte, lon-
               tane, molte montagne nostre ad anfiteatro. Ci buttammo a terra stanchi .
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               Il morto:

                 … ne vidi uno che non dimenticherò più. Gli occhi aperti perduti nel cielo. Il
               corpo disteso placidamente e un braccio alzato e irrigidito in un gesto di conclu-
               sione. Come dicesse: «Così». Doveva essere stato fulminato da una mitragliatrice .
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               Bombardamento nemico:

                 Ricordo il bombardamento spaventoso atroce che precedette l’attacco. La mia
               compagnia era raccolta al riparo d’un roccione: qualche sacco a terra ben disposto,
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