Page 231 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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182   Momenti della vita di guerra

             In questa sicurezza della morte venivano per lo più redatte le lettere testamento.

               (6 agosto ’16). Babbo e mamma carissimi, fra un’ora parto per partecipare all’a-
             zione. Difficilmente tornerò. Ma sono tranquillo, giacché ho la religione di Dio e
             della Patria.
               Se dovessi cadere abbiate la forza di sopportare cristianamente la sventura. Vi
             abbraccio e vi bacio tutti e due tenerissimamente. Per bacco, ho gli occhi lucidi! Ad
             Arturo, Benedetto, Umberto i miei baci più cari .
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               Amati genitori, congiunti carissimi. È una di quelle giornate piovigginose, tetre
             ed oscure, che predispongono alla malinconia anche l’animo più allegro, più gaio,
             più spensierato. Una dolorosa ed insistente nostalgia invade tutto il mio giovine
             cuore, mentre la mia mente continua a fantasticare pensando al dimani, e brutti
             presentimenti s’insinuano lentamente nel mio cuore.


               Io muoio tranquillo, perché muoio per un fine giusto, che è santo, muoio di
             morte gloriosa e onorata, che non potrà a meno che tornare di conforto ai miei
             sconsolati genitori.
               Sì, io muoio tranquillo e sereno, muoio con la vostra immagine scolpita nel cuore,
             col vostro nome sulle labbra, col pensiero rivolto alla vostra cara memoria .
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             Si formava poi uno stato d’animo speciale nei morituri: quell’eccitazione e quell’eb-
          brezza un po’ macabra, che così frequente dominava nelle mense di battaglione: uno stato
          d’animo da Conciergerie durante il Terrore: il desiderio di far palpitare un’ultima volta la
          propria vita, un’orgogliosa spavalderia contro la morte, un affannoso protendersi verso la
          gioia, come il moribondo all’ultimo soffio vitale. Il De Vita crudamente scriveva:

               (26 novembre ’15, a una parente). Uno che sta in guerra si trova nelle stesse
             condizioni d’animo di chi è affetto da tisi: si sente con il male addosso, prevede
             spavento quel giorno, e pur dev’essere convinto che potrà portarla per le lunghe, ma
             mai schivarlo .
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             È l’animo dei sacri a morte. Vivono in un territorio tutto loro.

               Si va, si viene, si compie il proprio dovere con serenità, ma la vita quaggiù pare
             lontana dal mondo, oh quanto!
               Più che lontana, estranea. Ho sempre l’impressione che una gran nebbia mi celi
             l’altro mondo di là da Cormons, e che se torneremo sarà per un miracolo. Noi dob-
             biamo vivere qui: è un destino simile a una condanna sacra.
               Tutta la notte odo il rombar del cannone senza fine.
               Dal Monte Nero al mare pare non possa tacere mai; contro Oslavia vi sono tre
             batterie che si accaniscono tutta la notte, mentre altre guardano al Peuma e allo stra-
             dale di Osteria. Quasi sempre risponde il fuoco dal Podgora, e si perde giù nell’eco
             del Carso, che nelle notti tempestose è simile a uno spalto lambito perennemente
             dalle fiamme: razzi, proiettori, vampe.
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