Page 232 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta 183
È l’Italia insonne aggrappata ai piedi di queste ultime soglie di Gorizia e di Trieste,
venata attraverso ai suoi campi dal sanguinoso Isonzo… .
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Ma se i cuori giungevano a chiudersi al terror della morte o per uno sforzo di volontà
o per un abbandono di stanchezza, lo strazio veniva dalla vita ottenebrata. L’angoscia
di guerra si leva dalle disperse lettere e dai brandelli di diario come un coro: in tutte le
più disperate situazioni. Pauroso sopra tutto il primo inverno di guerra, e, nel primo
inverno di guerra, l’orrore d’Oslavia.
Piove, piove, piove. Si diguazza nel fango, si è lordi di fango, si respira nebbia. Gli
abiti sono sempre inzuppati; le tende, le baracche, le tane stillano acqua. Di notte si
cammina sotto uno scroscio senza fine. Qualche volta la grandine ci flagella. Quando
vedo la corvée che scende da San Floriano carica di tavole, e questi piccoli eroici fanti
che cadono, si levano, bestemmiano e pur proseguono con due tavole sulle spalle
o con un rotolo di filo spinoso portato in coppie, comprendo cosa sia la fatica, il
biblico sudore della fronte…
La fatica che uccide e che martirizza rimarrà, fra le impressioni d’Oslavia, la do-
minante; resistere al proprio posto vedendo nell’avvenire una nebbia più fitta di
quella che ci separa dal nemico, resistere nella trincea avanzata sapendo che si è una
sentinella perduta di fronte al nemico, resistere senza poter valutare l’importanza di
una posizione nel suo complesso; resistere con una malinconia senza nome in questo
fossato di fango aperto verso il cielo, che si chiama trincea; gettar gabbioni fuor della
linea e vedere il lavoro procedere lento come il lavoro di Sisifo, ricordarsi di essere
stato fino ad ieri un uomo con un lavoro proprio, una famiglia propria, una respon-
sabilità propria, ed essere ora un numero nel fango, consapevole del proprio sudiciu-
me che non si lava, della propria stanchezza che prostra, del proprio avvilimento che
toglie l’intelligenza, questo è… il martirio d’Oslavia .
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Mi hanno portato stamane il diario di un ufficiale della brigata Ancona, morto al
terzo contrattacco d’Oslavia. Non lo manderemo a sua madre, mai più. O madre,
piangi il tuo figliuolo, ma senza sapere a quali abissi di dolore – senza perdere la sua
fede – sia giunto.
L’ho letto con un amico: alla fine ci siamo guardati senza parlare. Verità, verità,
perché scriverti sempre?
… E un giorno nota, disperato: «Ecco, io oggi agisco per punto d’onore. Perché
per patriottismo non più?» E un’altra nota chiede la pace: «Sono troppo stanco. Non
sono malato, ma non sono intelligente. Perché non so scrivere?… Quel cannone…»
E poi segna parole d’ironia per un incitamento venuto di lontano. Una notte, due
appunti dopo l’attacco:
«Non è riuscito, ma mi sono portato un bene. E bisognerà ricordarlo un giorno;
diciassette battaglioni di undici reggimenti hanno attaccato questa sera Oslavia. Non
c’era ordine di operazione: c’era soltanto una direzione d’attacco. Ma la direzione
la davano le cannonate nemiche. Quanti morti, mio Dio! Potrei morire così… Ma
perché diciassette battaglioni accozzati alla rinfusa, ciascuno avendo a guida gli uo-
mini che sapevano andare più avanti, battaglioni che giungevano da quindici, venti
chilometri ed eran chiamati rincalzi, truppe fresche, e non marciavano più? Guardate;
per la strada di Case della Riunione le mostrine di otto brigate sui morti, sui feriti,
sulle colonne che vanno – fatte di noi senza nome – all’attacco».

