Page 237 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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188   Momenti della vita di guerra

             qualche pietrone trascinato fin lassù aveva reso più forte il posto e meno vulnerabile
             ai tiri dell’artiglieria austriaca. Di là si doveva sbucare poi, all’indomani, per correre
             a balzi verso la vetta contesa, lontana, su in alto. Le pietre cadevano sulla testa e
             sulle spalle… Qualche ferito. Giungeva anche qualche palletta e qualche scheggia di
             shrapnels. Immediatamente sopra la roccia il sibilare insistente delle pallottole di una
             mitragliatrice. Io avevo gli uomini dei miei due plotoni attorno, schiacciati contro
             la roccia e le pietre immobili… Qualcuno mi guardava. Poche volte nella mia vita,
             mai forse, io ebbi tanta calma, tanta serenità. Mi guardavano ed io li guardavo negli
             occhi, sicuro. Veterani del Monte Nero, del Vodice, del Monte Rosso, e giovani del
             ’97, per lo più ragazzi un po’ smarriti… Uno, lo ricorderò sempre, un veneto, buon
             lavoratore e buon soldato, leggeva a voce bassa delle preghiere. Le labbra si muove-
             vano in fretta. Lo sguardo ogni tanto si moveva dal libro per fissarsi nello spazio. E
             ad un tratto dinanzi a quei vecchi montanari che mi guardavano, ai giovani che si
             raccoglievano presso di me, al soldato che pregava, io sentii possente e straordinario
             un infinito dolcissimo amore per tutti, amore fatto di compassione, di speranza, di
             fede… .
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             La ferita atroce:

               Uno dei miei feriti era in condizioni raccapriccianti. Una sbarra di ferro grossa
             un dito pollice, che sosteneva i sacchetti del baracchino, al colpo si spezzò. Il tron-
             cone trapassò il braccio di quel disgraziato, gli entrò in un fianco e gli usci dalla
             schiena; infilzato! Si sgombrò il posto, si tirarono da parte i morti, si trasportarono
             gli altri due feriti. Il terzo non poteva esser levato di là perché il ferro che pur gli
             causava dolori strazianti era trattenuto dal peso del materiale accumulato dallo
             scoppio.
               Non vidi mai nulla di più orrendo; si cercava di salvare il poveretto, che supplica-
             va d’esser tratto di là e dava prova di un’energia e di una calma sovrumana; furono
             minuti di angoscia indicibile.
               Liberatosi dal materiale si trovò che non si poteva caricarlo in barella, perché il
             ferro sporgendo dalle due parti, batteva contro le pareti del camminamento su cui
             si doveva passare. Finalmente un porta feriti ebbe il coraggio di strappare il ferro da
             quelle povere carni: io credevo di morire di dolore e di raccapriccio .
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             Posto di medicazione

               Le ore del mezzogiorno passano in una strana attesa. Soltanto i grossi calibri urla-
             no sopra di noi, vanno a schiantare i tronchi già sfrondati di quota 240. I trecento-
             cinque di Subida aprono dei vulcanetti. Per andare verso lo stradale di Osteria passo
             dal posto di medicazione. È uno spettacolo d’orrore. Sotto una tettoia di frasche,
             lungo il camminamento principale, stanno forse duecento feriti distesi in due ordi-
             ni. Gli uni, sopra, sulle barelle sospese; gli altri a terra sullo strame. Giunti così dal
             combattimento, giacciono da lunghe ore con i loro panni sanguinosi e il cartellino
             indicatore della ferita. Ne ho visti due col volto tutto una piaga gridare con le bocche
             sanguinose, altri terrei come se fossero morti. Da molti di quelli stesi in barella il
             sangue gocciava sotto, sui moribondi.
               I dottori, due soli, fanno quanto possono, ma non hanno mani sufficienti per
             fasciar tante piaghe. Il sole di mezzogiorno è caldo e chiaro sulla tettoia atroce, dove
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