Page 227 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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178   Momenti della vita di guerra

             giornalieri della guerra: ne vedevamo la gloria luminosa, ma non la paziente opera
             quotidiana.
               Era necessario che fosse così, sarebbe illogico e male che non fosse stato così,
             abbracciandone il complesso, e prevedendone i risultati: così si doveva vedere e con-
             siderare la guerra allora. Ora che ne vediamo i particolari necessariamente meno belli
             e assai dolorosi, è indispensabile che ognuno di noi non perda di vista quella visione
             bellissima della guerra che ci apparve in quello sfolgorante maggio romano: la visio-
             ne completa della guerra redentrice .
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             Nel sinistro maggio 1916 insisteva:
               Per me il ricordo unico, splendido è quello del maggio glorioso del ’15, E il ri-
             cordo ancora mi desta un’ebbrezza, ancora sento una ventata che mi gonfia il cuore
             e l’anima, mi rinnova veramente forza ed entusiasmo. La visione annulla in me il ri-
             cordo grigio di questo lungo anno di guerra (non so se lungo per me, ma certo anche
             per me piuttosto grigio nel suo complesso) e lo sopraffà e lo domina.
               Certo, se e quando giunga una pace vittoriosa, io non ricorderò che il principio e
             la fine: riunirò il momento della suprema volontà col momento della vittoria che ci
             darà ciò che vogliamo. Scorderò, vorrò scordare lo sforzo lungo, continuo, doloroso
             della guerra per se stessa. Riandare con la mente a quei giorni di forza e di bellezza
             mi eccita ancora, mi soddisfa mi ritempra. Adesso più che mai mi piace aver presente
             come sostegno Roma nel maggio d’oro del 1915 .
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             In un solo punto la guerra parve adeguarsi al sogno del maggio: nell’espugnazione
          di Gorizia nell’agosto del ’16. Le lettere parlano dell’erompere dell’esercito finalmente
          fuori dai ripari trogloditici, nell’urlo della vittoria. La grande vittoria del giugno ’18 in
          cui si fiaccò l’impeto di tutto l’esercito austro-ungarico, diede una coscienza più piena
          e soddisfatta della vittoria; ma l’impeto, il volo folle della vittoria non fu mai sentito
          come nella battaglia di Gorizia .
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             Questo anelito di vittoria ce lo descrive una lettera del sottotenente conte Dome-
          nico Fabiani, studente in matematica, che in seguito cadde il 15 novembre 1916. Il 16
          agosto così scriveva:
               Sono tornato a riposo e l’avrai saputo dal telegramma di ieri sera. Ho partecipato
             a moltissimi combattimenti. L’azione cominciò violentissima il 6 agosto, ed io con la
             mia compagnia fui il primo a raggiungere la cima del San Michele  sotto il grandi-
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             nare delle pallottole e delle granate; sembravano non più uomini! Passammo subito
             la prima linea austriaca, poi la seconda e la terza, e lì mi fermai, perché vi giunsi con
             appena una quindicina di uomini.
               Alla sera mi furono mandati i rinforzi e sostenemmo senza crollare il terribile
             contrattacco austriaco.
               Li ributtammo con la baionetta, facendone un carnaio. La giornata ci fruttò un
             migliaio di prigionieri. In quei momenti di vero delirio, lasciai libero corso alla mia
             vendetta, al mio odio contro il nemico, al mio amore per la nostra grande patria.
               Il primo urto fu il più terribile, ma… passammo.
               Il secondo giorno ricominciò, da parte nostra, il bombardamento e di nuovo
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