Page 228 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  179

               l’avanzata. Fu grandiosa, sublime! I nemici terrorizzati si arrendevano in massa, e
               proseguimmo, superando valli e monti, per circa tre chilometri. Il terzo giorno, altro
               assalto generale alla baionetta, e ci trovammo presto sulle colline di Gorizia, e con ciò
               l’occupazione della città sacra fu completa, definitiva, intangibile.
                 Che bellezza, mamma mia! Giorno per giorno abbiamo continuata l’avanzata ed
               abbiamo progredito per circa otto chilometri, tutti di montagne.
                 L’altro ieri, ultimo nostro giorno, abbiamo sferrato tre assalti, sul cocuzzolo d’un
               monte dove s’erano annidati gli austriaci ben muniti di mitragliatrici. Al terzo assal-
               to, finalmente, l’occupammo facendo strage dei pochi superstiti.
                 Abbiamo sofferto per forza maggiore fame e sete; ma tutto abbiamo superato di
               lieto animo con fedeltà ed onore.
                 Credi che ho fatto assai più del mio dovere. Sempre primo all’attacco, sempre primo
               a lanciare il grido fatidico di «Savoia» e i soldati mi seguivano ammirati e tenaci…
                 Ti dico questo non per menarne vanto, ma per mostrarti che in questi momenti
               chi ha un poco di sentimento deve sacrificarsi in tutto e per tutto.
                 Sono stato anche fortunato. Sono uno dei pochi ufficiali sano e salvo che siano
               tornati indietro .
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               Ma fu un momento. Per tutto il resto del tempo si combatte, si vince, s’avanza, ma
            con lena affannata, ritardati, come risucchiati dal fango, flagellati dalla pioggia: si supe-
            ra un ostacolo per urtare con forze logore in un ostacolo anche più duro. Poteva aiutare
            nella prova solo una condensazione disperata di volontà.
               Ecco per esempio come s’intravedono i combattimenti del novembre ’15 sulle pendici
            del San Michele nelle lettere di un ufficiale meridionale che vi cadde valorosamente .
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                 (11 novembre ’15, ore 16,30). Carissimi, ho condotto il mio plotone alla vitto-
               ria e ho mantenuto la posizione conquistata dal valore dei miei soldati. Stamani è
               venuto un altro tenente a darmi il cambio. Che notte che abbiamo passato! Il fango
               mi arrivava fino ai ginocchi; senza coperta, senza mantellina, pioveva orribilmente!
               Il nemico contrattaccava con vigore, ma ho tenuto duro sino a stamane. Sto bene in
               salute, ma estenuato dalla fatica. Sono fradicio d’acqua .
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               Continuò a combattere altri quindici giorni. L’orrore lo sopraffaceva.
                 (21 novembre ’15, ore undici). Non potete immaginare l’orrore e lo scempio
               della lotta a corpo a corpo. È una cosa orribile, e mi auguro che non si abbia più a
               verificare tra popoli civili .
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               Ma l’entusiasmo era divenuto volontà incrollabile. Alla vigilia della morte, nell’ulti-
            ma cartolina allo zio che lo aveva educato scriveva:
                 (26 novembre ’15). Domani al giorno daremo l’assalto. Sono pronto a tutto, e il
               mio animo è più saldo del macigno del Carso .
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               La guerra accoglieva quei giovani in un paesaggio nuovo, non previsto, simile all’in-
            cubo. Si reagiva con una tensione disperata di volontà. Ci avanzano quadri fantastici
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