Page 123 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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ESERCITO  E  PAESE  TRA  COMUNICAZIONE  E  SOCIALE                     107


         Lineamenti e annotazioni
              All'approssimarsi dell'unità d'Italia si  contano negli stati preunitari 117 perio-
         dici  nel  Regno  di  Sardegna,  68  nel  Lombardo-Veneto,  27 in Toscana,  16  a  Roma,
         50 nel Mezzogiorno.  Apparentemente, sono  cifre rispettabili in una nazione  dove
         regna l'analfabetismo,  ma non sono di  grande valore se  si  tiene presente che molti
         periodici aprono e chiudono dopo pochi numeri, che la  tiratura stimata è inferiore
         alle  2.000  copie (7)  per  ciascuno  di  essi  - fatta  eccezione  per  "La  Gazzetta  del
         Popolo"  che  ha  un  primato  "solitario"  di  10.000 copie -, che  in  Italia  ci  sono
         all'incirca ventisette  milioni  di  anime  che  dispongono  di  150.000 copie circolanti
         (i  potenziali lettori  sono  però circa  due  milioni),  che  all'estero le  tirature  dei  soli
         quotidiani raggiungono cifre annue da capogiro, non paragonabili: è infatti impen-
         sabile raggiungere il  record di ottanta milioni di copie annue che vanta la Francia.
              In  queste  condizioni,  e  tenendo  presente  che  la  pubblicità  apporta  ancora
         scarsi  contributi,  sopravvivono  soltanto  i giornali  che  ottengono  sovvenzioni
         governative o sono espressioni  di  ideologie e di  gruppi  politici.  In buona sostan-
         za,  essi  hanno tutti  una forte  connotazione politica e ideologica, e come tali ten-
         dono a funzioni educative più  che informative.  Come giornali politicizzati, quelli
         "amici"  del  potere  costituito  ottengono  maggiori  sovvenzioni  dalle  prefetture  e
         dal governo, attraverso varie forme e interventi; quelli avversi  alle autorità gover-
         native  non  ricevono  un  centesimo  e  difficilmente  sopravvivono,  quando  non
         subiscono  rovinosi sequestri  per la  loro ostilità verso  il  regime.  In  un  modo o  in
         un altro, insomma, alla fine essi sono costretti a chiudere.
              Non  v'è  attenzione  alcuna  nella  stampa  per  le  istituzioni  militari  e  i  loro
         uomini:  lo  sguardo  alla  militarità  è  rivolto  soltanto  durante  le  guerre,  e  in  una
         dimensione irreale, oscillante fra  il  propagandistico e l'ideale, perché prevale nel
         confronto lo  slancio  patriottico verso  la  libertà e l'unità d'Italia,  della cui  realiz-
         zazione i militari rappresentano soltanto lo strumento armato.  I giornali, durante
         le  guerre  di  indipendenza,  guardano  soprattutto  al  monarca  di  turno,  motore
         propulsore capace di realizzare gli  ideali agognati  (sarebbe interessante analizzare
         da  chi),  e  accentuano  generalmente  le  loro  posizioni  filo-monarchiche.  Il  re,
         infatti, è il capitano dell'Armata, il  condottiero che scende in campo alla testa dei
         suoi  uomini:  le  sue  schiere  sono soltanto un'appendice  della  sua spada.  Senza  la
         sua presenza, sul campo di  battaglia non vi  sarebbe l'armata.
              Un'armata  a  cui  la  presenza  del  monarca,  miracoloso  collante,  toglie  ogni
         individualità ed ogni rivalità:  non esistono infatti differenze tra soldati piemonte-
         si, toscani, lombardi, e più tardi meridionali, ma vi sono soltanto falangi compat-
         te  e  unitarie  scagliate  all'unisono  contro  il  nemico,  al  grido  di  "Avanti  Savoia",
         peana di guerra riportato dappertutto, nella pubblicistica come nelle iconografie.



              (7)  Paolo Mllrialdi, Storia del giornalismo italiano,  Ed.  Il  Mulino, Bologna 1996.
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