Page 125 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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ESERCITO E PAESE TRA COMUNICAZIONE E SOCIALE 109
sconfitte; in verità, se fanno male all'esercito e alla Nazione, le sconfitte militari
fanno bene alla stampa, perché proprio in queste occasioni (come Dogali e
Adua), aumentano considerevolmente le tirature e fanno fiorire i numeri speciali.
Sono quelli i momenti in cui, nei confronti dell'istituzione militare, la carta stam-
pata si veste di pietas, mentre in campo politico essa ha effetti dirompenti, poiché
- ad esempio - i resoconti del disastro di Adua travolgono il Gabinetto Crispi.
Con le "avventure" africane sorge anche l'impellente bisogno di documen-
tare visivamente il fascino esotico di quelle terre allora lontane, che solo con
una buona dose di fantasia possono essere immaginate. Non bastano le nume-
rose corrispondenze su usi e costumi, né sono sufficienti i disegni realizzati da
grafici di fama. Nascono i primi reportage fotografici; numerosi fotografi di
professione partono per l'Africa, sono quasi tutti siciliani per ovvi motivi logi-
stici, come Mauro Ledrù, Giuseppe Nicotra, Luigi Fiorillo. Anche gli incisori
più fini del tempo, tra essi Edoardo Ximenes, si dotano di apparecchio fotogra-
fico e vanno in Africa.
Non sono soltanto fotografi e comunicatori di professione a lasciare imma-
gini per i posteri; al contrario, la maggior parte delle documentazioni fotografi-
che sopravvissute oggi sono opera degli stessi militari, di quelli che hanno la pas-
sione "dell'arte di scrivere con la luce". Tra essi, il tenente Vincenzo Gasdia, la
cui collezione è custodita nell'archivio fotografico dell'Ufficio Storico dello Stato
Maggiore dell'Esercito. È vero che molto aiuta l'invenzione di George Eastman
della macchina fotografica Kodak (1887), piccola e leggera per il tempo, e capace
di cento scatti (9); anche se professionisti e amatori preferiscono usare ancora
apparecchiature a lastre poco maneggevoli.
A fine secolo, calmatesi le acque per le imprese africane, i rapporti tra la
stampa e le forze armate prendono pieghe imprevedibili. I militari, in assenza di
conflitti, a loro malgrado diventano uno strumento di repressione, e non solo
nei confronti dei cittadini, ma anche per la libertà della stampa. Durante i moti
del 1898, infatti, scoppiati in varie città d'Italia per il gravoso aumento del prez-
zo del pane, succede a Milano che il generale Fiorenzo Bava Beccaris, proclama-
to lo 'stato d'assedio (10), fa chiudere una decina di giornali e manda davanti al
(9) Nicola della Volpe, Fotografie militari, Stato Maggiore dell'Esercito-Ufficio Stori-
co, Roma 1980.
(10) Alcuni autori, a torto, affermano che nasce con Bava Beccaris la politica dello stato
d'assedio; in effetti, è durante il brigantaggio che lo strumento dello stato d'assedio è ampia-
mente usato, per un duplice motivo: perché esso dà ampi poteri d'azione ai militari nel territo-
rio dove viene dichiarato, perché consente l'istituzione dei tribunali di guerra (comunemente
definiti speciali) per la pronta repressione degli aspetti delinquenziali del fenomeno brigantag-
gio. La possibilità di dichiarare lo stato d'assedio, come quella di proclamare bandi aventi forza
di legge, resterà nella legislazione unitaria.

