Page 152 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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           piemontese  scriveva  una  lunga  relazione  tecnica  (il  cui  testo  solo  di  recente  è
           stato  riesuillato  dagli  archivi),  a  conclusione  della  quale  affermava che  "sarebbe
           dannoso  lo  starsene poco attivi",  di  fronte  a  un  divario evidente,  clal  quale  non
           potevano  derivare  altro  che  emarginazione  e  suclclitanza  per  "le  popolazioni
           meno attive e meno industriose".
                A sua volta il  docente cii  meccanica,  rettore dell'Università di  Torino e consi-
           gliere  di  Stato,  Carlo  Ignazio  Giulio,  aggiungeva  nel  1844  un  perentorio aut-aut
           destinato a scuotere più  d'uno:  "Nelle presenti condizioni della civiltà" - diceva -
           "l'industria di  ogni paese non ha altra alternativa che questa:  abbracciare i moder-
           ni perfezionamenti, oppure languire e perire".
                Segni analoghi di  una progressiva  presa di  coscienza dei  cambiamenti in  atto
           si  trovano  nel  Lombardo-Veneto  di  Francesco  I,  nella  Toscana  di  Leopoldo  II  e
           nelle Due Sicilie di  Ferdinando II.
                Proprio  alla  luce  delle  prime,  timide  e  contraddittorie  aperture  a  una
           modernizzazione, che stava avanzando e di  cui non si  potevano ignorare gli  effet-
           ti, va  vista la serie dei famosi  Congressi degli  scienziati italiani svoltisi dal  1839 al
           1847 in  nove  importanti città italiane.  A lungo queste  riunioni, che  mobilitarono
           ogni anno migliaia di persone colte e suscitarono una grande eco in  tutta la  peni-
           sola, sono state considerate sotto diverse  angolature,  ma  non sotto quella  milita-
           re,  dimenticando  il  fatto  che  comunque esse  si  tennero  con  l'autorizzazione  dei
           sovrani  e  che  a  partecipare  ai  lavori  congressuali  furono  anche  molti  esponenti
           delle stl'lltture degli Stati ospitanti,  fra  cui  gli  ingegneri del genio e delle miniere,
           gli  ufficiali dei corpi delle arme dotte e i docenti delle scuole militari.
                Né  meno  significativi  sono gli  invii  di  giovani  all'estero,  sia  a  livello  supe-
           riore  (è  il  caso,  fra  gli  altri,  del  promettente  Quintino  Sella  che  fu  mandato  a
           studiare ingegneria nelle alte scuole  parigine e  poi  a  specializzarsi in vari  paesi),
           sia  a  livello  inferiore  (ed  è  il  caso,  ad  esempio,  di  un  gruppo  di  giovani  operai
           che, dopo un corso presso la  scuola d 'Arti e Mestieri di  Biella,  furono spediti in
           Inghilterra per  imparare a far  funzionare  le  macchine installate nelle  prime navi
           a  vapore,  e  sostituire  cosÌ  il  personale  interamente  straniero  nelle  cui  mani  si
           trovavano quelle navi).
                Sempre  alla  luce  di  questa  progressiva  presa  di  coscienza  va  anche  vista  la
           presenza diretta o  indiretta dello Stato sabaudo nella  nascita delle  prime industrie
           meccaniche, siderurgiche e navali che avevano una chiara rilevanza militare, come
           ben sapeva Cavour, e come dopo l'Unità ebbe modo di sottolineare uno dei  prota-
           gonisti  dell'industrializzazione italiana:  il  giovane  Giuseppe  Colombo, docente di
           meccanica industriale al Politecnico di  Milano e futuro fondatore della Edison.
                Diversamente dalla classe  dirigente italiana del tempo, Colombo puntò senza
           esitazione a una prospettiva di  sviluppo industriale. Appena laureatosi in  ingegne-
           ria  si  dedicò  infatti  alla  meccanica  industriale  e  visitò  per  conto  dei  gruppi
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