Page 153 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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FORZE  ARMATE  E  }"IODERN1ZZAZlONE  PIUMA  E  DOPO  L'UNITA           137


         imprenditoriali milanesi più  dinamici,  l'Inghilterra,  la  Francia e altri paesi avanza-
         ti.  Cominciò  quindi  a  sostenere  nei  suoi  scritti  la  necessità  per  la  nuova  Italia  di
         dotarsi di  un  moderno apparato produttivo, mettendo in grande evidenza il  ruolo
         strategico  che  avevano  alcune  industrie  quali  i cantieri  navali,  le  grandi  officine
         meccaniche  e  ferroviarie,  che,  in  caso  di  guerra,  potevano  diventare  altrettanti
         arsenali in grado di  fornire "una parte almeno dell'armamento del  paese".
             Altrettanto decisivo,  ai  fini  dello  sviluppo  non  solo  dell'industria  ma anche
         di  un  apparato  militare  all'altezza  dei  tempi,  era  per  Colombo,  come  per  Sella,
         Brioschi  e altri sostenitori  della  l11odernizzazione  italiana,  un  ampio sistema  for-
         mativo (dalle scuole tecniche agli  istituti tecnici  alle scuole politecniche superiori)
         in grado di  fornire le competenze richieste dai  processi di trasformazione, sempre
         più legati allo sviluppo scientifico e tecnologico.
              Era  frutto  di  questo  sviluppo  anche  la  rivoluzione  che  si  stava  realizzando
         nelle  marinerie dei  maggiori paesi, sempre più costituite da navi  con scafi  in  ferro
         dotati  di  compartimenti  stagni  e  di  doppi  fondi,  e con eliche  azionate  da  grandi
         macchine  in  continua  evoluzione  in  vista  di  una  sempre  maggiore  potenza  di
         movimento e un sempre minore ingombro e minor consumo di combustibile.
              ~evidente ritardo  che  l'Italia  accusava  in  questo  come  in  altri campi  era  il
         chiaro  segno  della  debolezza  del  giovane  Stato  nazionale,  oberato  dai  problemi
         ereditati dal  passato e assorbito da  quello  preminente su  ogni  altro:  l'incompleta
         unificazione politico-territoriale della penisola.
              ~occasione propizia  per  un  buon  passo  in  questa  direzione  fu  offerta  da
         Bismark che, impegnato a estromettere l'Austria dalla  Confederazione germanica
         in  vista  dell'unificazione  tedesca  attorno  alla  Prussia  di  Guglielmo  I,  associò  il
         Regno  d'Italia  nella guerra del  '66 per dividere  le  forze  austriache su  due  fronti.
         La  guerra, come è noto, mise ben presto in evidenza sia l'efficienza della macchi-
         na militare prussiana, che la debolezza delle forze armate italiane che riportarono
         le  sconfitte  di  Custoza  e  di  Lissa.  Nonostante  l'insuccesso  militare,  l'Italia  poté
         annettere il Veneto, ma l'infelice esito della prova costituì un  vero e proprio trau-
         ma  per  la  classe  dirigente  italiana,  che  non  poté  non  interrogarsi  su  quanto era
         accaduto, sullo stato complessivo delle forze  armate e sui  rimedi  da adottare per
         colmare le  maggiori carenze.
              Una delle espressioni più  eloquenti dello shock subito e ciel  conseguente fiori-
         re di analisi critiche fu  il  saggio che lo storico e llomo politico napoletano, Pasquale
         Villari,  pubblicò  col  titolo  significativo  Di chi  la  colpa?  sulla  rivista  milanese  "Il
         Politecnico", già legata al  nome prestigioso di  Carlo Cattaneo e dal  '66 nelle  mani
         del  matematico  e  ingegnere  Francesco  Brioschi,  fondatore  dell'Istituto  tecnico
         superiore (o  Politecnico) di Milano ed esponente di spicco della Destra storica.
              In  quel saggio Villari  forniva  un  lucido contributo alla  diagnosi nazionale,
         ponendo  l'accento  sul  nesso  tra  modernizzazione  tecnico-industriale  e  moder-
         nizzazione delle forze  armate. Alle  masse combattenti - scriveva - gli  ordini  oggi
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