Page 158 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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                "Sono innegabili",  ha  scritto a  questo  proposito Lucio  Ceva,  "i compiti  di
           controllo sociale delle forze armate italiane e la loro struttura rivolta ad assicura-
           re l'isolamento del soldato singolo, non meno che a separare la truppa dagli strati
            malcontenti della popolazione" (2).
                Nel 1861 e poi nel biennio 1869-70, l'esercito era stato ampiamente utilizzato
            nella repressione del brigantaggio centro-meridionale: un'azione che - con il distac-
           co  prospettico -, appare  assai  prossima  all'iniziativa  bellica,  non  soltanto  per le
           forze militari coinvolte, o per la tattica adottata, ma anche per la natura del nemico
           che,  soprattutto nel  1861,  pareva in  gran  parte  rappresentare  un'entità militare
            avversaria,  originata dalle  unità borboniche allo sbando ma  non  del  tutto dissolte.
            Un'azione,  tuttavia,  che,  per  motivi  meramente  politici,  venne  allora classificata
            come  d'ordine  pubblico (3).  I  moti  originati  dalla  tassa  sul  macinato,  voluta  dai
            governi della Destra, uniti e frammisti  alle pulsioni anarchiche e internazionaliste a
            cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento, avevano nuovamente visto la
            truppa  in  azione.  Ancora  si  era visto  l'impiego  dell'esercito  nella  repressione  dei
            moti del 1893-94. Soprattutto dopo la vicenda siciliana si ebbe un ricorrere sempre
            più ampio alle  unità militari,  affiancate ai  carabinieri e sovente sostituenti le  forze
            di  Pubblica sicurezza, giudicate inefficaci  o addirittura dannose.  La  proclamazione
            dello stato d'assedio, atto tenacemente voluto da una classe politica dirigente ormai
            definitivamente proiettata verso l'autoritarismo, avrebbe sancito il  definitivo "salto
            qualitativo" di un esercito trasformatosi in strumento d'ordine pubblico:
                "La proclamazione dello stato d'assedio in Sicilia  nel  gennaio  1894", hanno
            scritto  Rochat  e Massorbio,  "fu  dovuta  tanto  alla  gravità  della  situazione,  che
            poteva essere fronteggiata anche con mezzi  'normali'  (al  momento in  cui entrò in
            vigore  lo  stato  d'assedio  il  movimento  era  già  stato  arrestato  con  oltre  sessanta
            morti),  quanto  al  desiderio  di  Crispi, che proprio allora  era tornato  al  potere, di
            imprimere una svolta autoritaria alla politica italiana. Lo stato d'assedio era neces-
            sario per distruggere le organizzazioni popolari ... " (4).
                In  generale,  vi  era,  nelle  classi  dirigenti,  quasi  la  convinzione  che  l'unico
            "popolo" degno  di  questo  nome fosse  la  truppa,  i leali  e affidabili  soldati  che  si
            battevano per la nazione, contro la caotica piazza plebea e iconoclasta, ed evocanti
            un  "ordine"  pronto a  annullare  quello  che  si  riteneva  essere  l'inutile  confronto
            politico. Emblematicamente la regina Margherita aveva scritto al generale Osio:



                (2)  Lucio Ceva, Le Forze Armate, Utet, Torino,  1981, p. 55.
                (3)  Si  veda:  Salvatore  Correa,  La  sicurezza  pubblica  del  regno  d'Italia,  Tipografia
            Cavour, Firenze, 1863.
                (4)  Giorgio  Rochat,  Giulio  Massorbio,  Breve  storia  dell'esercito  italiano  dal  1861  al
            1943, Einaudi, Torino, 1978, p.  139.
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