Page 159 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
P. 159

L'ESERCITO  E  L'ORDINE  PUBBLICO:  IL  CASO  DI  MILANO  (1898)       143


            "Questi  nostri  soldati  mi  sembrano  i  veri  custodi  della  italica  virtù,  che
        pare si  sia  rifugiata tutta nell'esercito,  fuggendo  indignata da  tutta questa gora
        del mondo politico" (5).
            Un  esercito  che  sempre  di  più  veniva  additato anche  dalle  opposizioni - e
        per  motivi  radicalmente  opposte  alla  Corona  - come  un'entità  a  sè  stante,  un
        corpo separato della Nazione, caratterizzato dal connubio tra repressione e domi-
        nio.  Scrive  ancora  Ceva:  "Per  molti  italiani,  il  nuovo  Stato si  presenta  col  volto
        dell'esattore e del carabiniere, o con la schiavitù della leva militare" (6).
            Ma sino  al  1898  l'utilizzo  cii  questa  forza  di  polizia  alternativa  e  assai  più
        devastante, e del corrispondente potere politico che essa suggeriva, era stato argi-
        nato  a  realtà  complessivamente  periferiche,  caratterizzate  da  un'arretratezza
        sociale  e soprattutto politica.  Sino al  maggio  1898  l'esercito era stato  impiegato
        in  scenari  facilmente  assimilabili  ad  una  situazione  ereditata dal  Risorgimento  e
        dalla  nascita  dello  Stato  unitario:  i  moti  contro  la  tassa  sul  macinato  - al  di  là
        delle  vicende  bakuniniane - e,  ancora  di  più,  le  vicende  legate  ai  Fasci  siciliani
        apparivano,  non  soltanto  agli  occhi  del  governo  ma  anche  per  alcuni  settori
        dell'opposizione  come  dirette  eredi  del  brigantaggio,  come  una  ribellione  alla
        nuova autorità impostasi  nel  1861. Viceversa,  l'impiego  dell'esercito quale  forza
        di  polizia nel cuore dell'Italia industriale, da  tempo assimilata al  resto del  Paese e
        senza particolari pulsioni autonomiste, avrebbe dato ai  fatti  di  Milano un aspetto
        inedito e scevro da  qualsiasi paravento para risorgimentale:  a Milano - una delle
        culle del  risorgimento democratico e del  riformismo positivista - l'esercito avreb-
        be  dovuto  reprimere  un'istanza  di  natura  sociale  che  ne  sottintendeva  un'altra
        meramente politica.
             La  miccia  che  fece  scatenare  l'ira  e la  rivolta  nel  capoluogo lombardo  (e  in
        seguito  in  altre  città  italiane,  ché  il  maggio  1898  non  fu  episodio  limitato  ma
        inserito in  un contesto ribellistico nazionale), fu  l'inasprimento fiscale  voluto dal
        governo  del  marchese  Antonio  Starabba  Di  Rudinì.  Esponente  della  vecchia
        destra,  capofila  della  corrente  più  paternalistico-conservatrice,  se  non  reaziona-
        ria,  del  liberalismo  storico,  Di  Rudinì  aveva  ritenuto  indispensabile  per  fronteg-
        giare la crisi economica tutelare il  latifondo, la  grande industria e i potentati mer-
        cantili,  scaricando  l'onere  dell'impegno  fiscale  sulla  nuova  media  borghesia
        imprenditoriale - attraverso l'imposta sulla ricchezza mobile - e sulle classi popo-
        lari - attraverso le  imposte dirette. A tale inasprimento fiscale  si  aggiunse la con-
        giuntura  alimentare.  Lo  scoppio  della  crisi  agraria,  sorta  in  Europa  intorno  al
        1880 e  causata  da  un  lato  dall'espansione  granaria americana  e  russa,  dall'altro



             (5)  Amedeo Tosti, Storia dell'esercito italiano (1861-1936), Ispi, Milano, 1942, p.  124.
             (6)  Lucio Ceva, Le Forze Armate, cit.,  p . .57.
   154   155   156   157   158   159   160   161   162   163   164