Page 370 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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             ma dichiarandosi favorevole alla ricerca di una soluzione concordata con la Ju-
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             goslavia . A tal proposito si ricordino il tentativo che già nel corso dei lavori
             parigini  vide impegnati l’ambasciatore Quaroni e il sottosegretario agli Affari
             Esteri Bebler, da cui tuttavia non emerse alcun punto di contatto tra le posizioni
             diplomatiche, nonché l’impegno mediatore del segretario del Partito Comunista
             Togliatti per una proposta di scambio che riconsegnasse Trieste all’italia in favore
             della rinuncia a Gorizia, già parzialmente sotto il controllo di Belgrado. Il rigetto
             perentorio della proposta da parte del ministro degli Esteri Nenni (“tito rinuncia
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             a ciò che non ha e richiede ciò che abbiamo” ) e l’inconsistenza delle rinnovate
             conversazioni tra Quaroni e i suoi omologhi jugoslavi posero fine agli ultimi sfor-
             zi negoziale bilaterali e proiettarono la controversia territoriale verso la sua fase
             più internazionale e politicamente rilevante nell’ottica del contrasto tra Occidente
             e mondo socialista. Il 15 settembre 1947, data dalla ratifica del trattato di pace
             italiano siglato il precedente febbraio, la rinnovata tensione che fece seguito al
             fallimento dei negoziati si manifestò apertamente con la comunicazione del ge-
             nerale jugoslavo Lekic al comandante delle forza alleate presenti a Trieste circa
             sue intenzioni di muovere il suo contingente di truppe sulla città. Belgrado, che
             cercava di imporre con la forza dei fatti l’annessione negatagli dagli Alleati, ricon-
             siderò le sue intenzioni solo di fronte alla decisa minaccia di ritorsioni militari con
             cui i governi anglosassoni risposero alla provocazione. Pur dunque senza produrre
             effetti, la vicenda chiarì tanto la volontà titoista di non volersi attenere agli accordi
             di pace, quanto la vitale importanza delle presenza militare alleata nella città in un
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             momento di ancora forte disorganizzazione delle rifondate forze armate italiane .
                Va da sé dunque che la nomina del governatore del TLT, che avrebbe sancito
             l’istituzione formale del nuovo soggetto internazionale, sarebbe stata forzosamen-
             te rimandata a un frangente temporale di maggiore stabilità e concordia tra gli
             stati direttamente o indirettamente coinvolti. se infatti Roma e Belgrado sem-
             bravano ben lontane da un’intesa sulla nomina governatoriale, non più probabile
             appariva l’ipotesi che le quattro potenze trovassero un compromesso comune in
             merito. Americani, britannici e francesi avrebbero bocciato qualsiasi nome propo-
             sto dai sovietici per scongiungere il rischio che la personalità scelta assecondasse
             un nuovo colpo di mano jugoslavo. Al pari, Mosca non avrebbe potuto disat-
             tendere ancora le aspettative dell’alleato balcanico accettando una candidatura
             filo-occidentale. Conseguentemente, lungi dal rappresentare l’uovo di colombo



             15  R. Pupo, Fra Italia e Jugoslavia…, cit., p. 35.
             16  P. Nenni, Diari. Tempo di Guerra Fredda, Edizioni Sugar, Milano, vol.1, 1981, p. 295.
             17  Anche le difficoltà logistiche dell’esercito italiano erano tra le concause dell’occupazione
                jugoslava di alcune aree di importanza tattica lungo la frontiera orientale che il trattato di
                pace aveva assegnato all’Italia. Cfr. P. Pastorelli, La politica estera italiana nel dopoguerra,
                Il Mulino, Bologna, 1987, pp. 109-111.
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