Page 159 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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          tema che ovviamente è del tutto ignorato dal suo protodetrattore Jomini, benchè nel
          Précis  de l’art  de la guerre  (ed. 1855, ristampa  anastatica  1973)  compaia  uno  spe-
          cifico  capitolo  sull’alto  comando (pp.  121  ss.).  In  quest’opera  il  tema  è  sfiorato
          appena  a  proposito  delle  guerre  che  Jomini definisce “guerre di intervento” (pp. 49
          ss.), limitandosi a due osservazioni abbastanza triviali. Una è che conviene disporre di
          alleati (p. 48). L’altra che la maggior parte delle coalizioni fallì per aver dimenticato
          tre precauzioni: scegliere un comandante in capo al tempo stesso politico e militare;
          accordarsi bene con gli alleati sui rispettivi ruoli; determinare un obiettivo in armonia
          con gli interessi comuni” (p. 54).
             Anche l’autore del Vom Kriege intendeva dedicare all’alto comando uno specifico
          capitolo, che annunziò nel suo testo incompiuto ma che la sorte avversa gli impedì di
          scrivere. Con ogni probabilità in questo capitolo avrebbe analizzato anche la questione
          del comando congiunto di forze coalizzate, dal momento che alcune brevi annotazioni
          in proposito si trovano nell’ultimo capitolo (il ix del libro Ottavo, dedicato al “piano di
          guerra mirante all’atterramento dell’avversario”), in particolare nel paragrafo “D) ripar-
          tizione dei compiti”. Per inciso, queste brevissime  osservazioni  sono  probabilmente
          il  miglior  commento  finora  mai  scritto  sulla struttura militare delle sette Coalizioni
          antifrancesi del 1792-1815.
             In rigorosa concatenazione logica con la sua fondamentale distinzione tra “obietti-
          vo” (Ziel) militare e “scopo” (Zweck)  politico della guerra, Clausewitz scrive che la
          differenza tra le Armate coalizzate e quelle ausiliarie sta nel fatto che le prime hanno tra
          loro scopi politici (Zwecken) “indipendenti”. Un corollario implicito è che nel caso del-
          le Armate ausiliarie lo scopo politico non è “indipendente”, bensì subordinato a quello
          della potenza egemone.
             Altro corollario implicito è che l’indipendenza degli scopi perseguiti dai singoli co-
          alizzati costituisce la particolare vulnerabilità delle coalizioni, come dimostra l’espe-
          rienza di quelle antifrancesi, cinque delle quali vennero infrante dall’efficace strategia
          rivoluzionaria e poi dalle magistrali campagne di Napoleone. Clausewitz ne trae la con-
          seguenza che la struttura ottimale delle Armate coalizzate consiste nello spingere l’inte-
          grazione multinazionale delle forze al minor livello  tecnicamente  possibile,  perchè  ciò
          “rende  molto  più  difficile  ai  governi  l’isolare  i rispettivi interessi”. L’integrazione
          militare ha dunque soprattutto un obiettivo politico: è un collaudato meccanismo “anti-
          defezione”.
             Clausewitz aggiunge però che assai di rado si verifica una tale “intimità e comunanza
          di interessi” da consentire la soluzione ottimale. Probabilmente questa è una delle affer-
          mazioni ellittiche e fuorvianti che l’autore intendeva modificare nella progettata revisio-
          ne del manoscritto incompiuto. Infatti è facile ribattere che tanto più gli interessi sono
          realmente “comuni”, tanto meno vulnerabile è la coalizione e dunque tanto meno ne-
          cessaria è l’integrazione multinazionale. Ne consegue che i fattori determinanti dell’in-
          tegrazione non sono la mera “intimità e comunanza di interessi”. Quale altro, allora?
             L’unico  esempio concreto di integrazione  multinazionale  citato  da Clausewitz è
          quello della Sesta Coalizione (1813-14), quando i Corpi d’armata nazionali vennero
          riuniti in Armate multinazionali. In quell’occasione il fattore determinante fu, secondo
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