Page 162 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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802 XXXIX Congresso della CommIssIone InternazIonale dI storIa mIlItare • CIHm
Sia Vittorio Amedeo II di Savoia sia suo figlio Carlo Emanuele III furono scelti
quali comandanti in capo delle Armate congiunte nelle due occasioni in cui la dinastia
sabauda si schierò dalla parte francese, cioè nel 1701 e nel 1733. Naturalmente era
un comando formale, talora rifiutato per protesta, come avvenne nel 1702 e 1735. Ma
non si deve dimenticare che il comando ha un’intrinseca natura politica, e garantiva co-
munque una formale superiorità gerarchica sui comandanti nazionali nonchè il controllo
diretto sulla conformità delle operazioni militari agli scopi politici concordati. Molto
probabilmente la vera ragione per la quale nel 1742 il maresciallo Montemar non varcò
il Panaro per soccorrere il duca di Modena aggredito dagli austro-sardi, era che in quel
caso avrebbe dovuto cedergli il comando dell’esercito napolispano, come prevedeva il
trattato segreto ispano-modenese.
La designazione del sovrano sabaudo non era soltanto un doveroso riguardo nei con-
fronti dell’unica potenza regionale italiana, ma anche il modo più elegante per evitare
insolubili quanto inutili questioni di precedenza tra le due corti borboniche. Tanto più
velleitaria quanto più debole e insicura, Madrid era ovviamente la più sospettosa e
suscettibile, penosamente ossessionata dalle più irrilevanti o secondarie questioni di
rango, proprio come la moderna diplomazia italiana. Versailles, essendo egemone,
badava alla sostanza e generalmente preferiva cedere ai capricci del subalterno, come
fece lo Zar nel 1813 e come abitualmente fanno gli Stati Uniti nei confronti degli alleati
europei. Ma, beninteso, ogni pazienza ha un limite.
La debolezza del sistema non stava nel fatto che l’effettivo comando militare fosse
attribuito ad un rappresentante tecnico della potenza egemone, bensì nel fatto che le
Corti di Versailles e Madrid non conferivano plenipotenze ai comandanti delle rispettive
Armate. Di conseguenza non bastava che il comandante in capo dell’Armata congiunta
arbitrasse i contrasti avvalendosi della propria autorità regale oppure, assai più spesso,
convocando continuamente consigli di guerra.
Tanto più irresoluto era il comandante in capo tanto più frequenti e assembleari era-
no i suoi consigli di guerra. Inutile dire che i laboriosi compromessi collegiali erano
regolarmente i peggiori possibili e che nulla garantiva che le decisioni, anche
unanimi, fossero poi effettivamente eseguite. D’altra parte qualsiasi iniziativa di
rilievo provocava la consultazione delle rispettive corti, paralizzando per settimane o
mesi le decisioni operative e non di rado sprecando intere campagne in inutili tempo-
reggiamenti.
Esaminiamo un caso concreto. Nel 1733 l’armata franco-sarda entrò a Milano quasi
senza colpo ferire, e il re di Sardegna si concentrò sull’assedio del Real Castello in cui
si era chiusa la simbolica guarnigione austro-lombarda, perchè quel che gli premeva era
formalizzare prima possibile l’annessione cingendo la corona di Lombardia promessagli
da Versailles ma rivendicata anche da Madrid. Invece il suo comandante aggiunto, l’an-
ziano maresciallo Villars, avvertiva segretamente Luigi XV che il prolungarsi dell’asse-
dio avrebbe potuto provocare la defezione sabauda, come era avvenuto nel 1703.
Al contrario, Villars voleva attaccare subito il Serraglio Mantovano dal Modenese,
come aveva fatto nel 1702 il suo predecessore Vendome, per impedire al nemico di attac-
care alle spalle le forze spagnole che dal ducato di Parma e dalla Toscana si accingevano

