Page 450 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
P. 450
1090 XXXIX Congresso della CommIssIone InternazIonale dI storIa mIlItare • CIHm
conservazione filologica al restauro “creativo” fino all’eventuale ricostruzione, parziale
o totale, del luogo originario.
Ogni forma di restauro, sia esso conservativo o innovativo, mette in gioco una
dialettica complessa fra ricostruzione e distruzione dei segni del passato, e implica un
processo semiotico di rilettura e interpretazione, una pratica traduttiva tra la “realtà
come era” e come vogliamo che sia, o appaia.
La Risiera di San Sabba a Trieste si rivela un caso di studi ideale per questa tipologia
di luogo. Nasce nel 1913 come stabilimento per la pilatura del riso, ma dopo l’8 settembre
1943 venne utilizzata dai nazisti come campo di prigionia destinato in seguito allo
smistamento dei deportati diretti in Germania e Polonia, al deposito dei beni razziati,
alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. I nazisti
trasformarono l’essiccatoio della risiera in un forno crematorio che abbatterono durante
la fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro
crimini. Sul posto dove sorgeva il forno crematorio, a ricordo, sorge oggi una struttura
commemorativa costituita da una piastra metallica e da una stele che ricorda la presenza
della ciminiera. Il 15 aprile 1965, la risiera di san Sabba venne dichiarata Monumento
Nazionale, quale unico esempio di lager nazista in Italia. Nel 1975 venne ristrutturata
(su progetto dell’architetto Romano Boico) e divenne Museo Civico della Risiera di San
Sabba. Le intenzioni dell’architetto Romano Boico sono particolarmente significative di
come si è operato sulla struttura:
La Risiera semidistrutta dai nazisti in fuga era squallida come l’intorno periferico:
pensai allora che questo squallore totale potesse assurgere a simbolo e monumentalizzarsi.
Mi sono proposto di togliere e restituire, più che di aggiungere. Eliminati gli edifici in
rovina ho perimetrato il contesto con mura cementizie alte undici metri, articolate in
modo da configurare un ingresso inquietante nello stesso luogo dell’ingresso esistente.
Il cortile cintato si identifica, nell’intenzione, quale una basilica laica a cielo libero.
L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato e le strutture lignee portanti scarnite
di quel tanto che è parso necessario. Inalterate le diciassette celle e quelle della morte.
Nell’edificio centrale, al livello del cortile, il Museo della Resistenza, stringato ma vivo.
Sopra il Museo, i vani per l’Associazione deportati. Nel cortile un terribile percorso in
acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno, del canale del fumo e della base
del camino.
Dopo la ristrutturazione e la trasformazione in “Monumento Nazionale”, restano
visibili i seguenti spazi: la cella della morte (dove venivano rinchiusi i prigionieri portati
dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di
poche ore), il locale delle microcelle (17 celle in ciascuna delle quali venivano ristretti
fino a sei prigionieri destinati all’esecuzione a distanza di giorni o di alcune settimane),
l’edificio adiacente composto da quattro piani e conosciuto come la Sala delle croci. I
locali dell’attuale museo occupano gli spazi che una volta erano utilizzati come obitorio.
Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, c’era l’edificio destinato alle eliminazioni,
la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale (con il forno crematorio). Oggi
l’area è contrassegnata da una piastra metallica su cui sorge una simbolica “pietà”
costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.

