Page 141 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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             In maniera indiretta, l’aumento della povertà finiva per alimentare anche un al-
          tro fenomeno sociale dilagante connesso alla concentrazione dei soldati: quello della
          prostituzione. Accanto ai “casini di guerra”, che lo stesso Salandra aveva autorizzato
          con un decreto dell’agosto del 1915, fioriva nelle città e nei paesi un’attività semi-clan-
          destina, spesso gestita da donne. Forse l’enfasi e i toni drammatici con cui i vescovi
          denunciavano questa “gravissima emergenza morale” possono apparire eccessivi, ma
          certo il fenomeno era diffuso, come ha messo in luce la ricerca di Emilio Franzina.
             Parlare di “terremoto sociale”, per illustrare la situazione di quest’area, non appare
          dunque esagerato: tutta la vita quotidiana della popolazione risultava profondamente
          sconvolta dalla guerra e le donne per prime, come i bambini, ne subirono le conse-
          guenze più drammatiche.
             Una di queste fu indubbiamente quella della violenza e degli stupri, di cui furono
          in vario modo vittime. Questa tragica realtà, che si verificò in tutti i territori attraver-
          sati dalle truppe, in maniera diversificata e diversamente connotata, sfugge ancora ad
          una quantificazione precisa, nonostante le indagini e il lavoro svolto nell’immediato
          dopoguerra dalla “Commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti com-
          messe dal nemico”. Dopo Caporetto, nelle terre occupate, in particolare nei primi
          giorni dell’invasione, furono centinaia i casi di stupro commessi dai soldati (soprat-
          tutto tedeschi) nei confronti di donne di tutte le età, bambine ed anziane comprese.
          Tutti i territori che si trovarono lungo l’avanzata fino al Piave, conobbero questa
          terribile realtà. I soldati entravano a forza nelle case e aggredivano le donne, spesso
          sotto gli occhi di bambini e anziani genitori. Chi tentava una reazione o una difesa
          rischiava la vita: 735 i casi rilevati dalla Commissione, con 165 denunce circostanziate
          e 53 donne uccise. Dati numerici largamente deficitari, come sottolineavano i parroci
          e le autorità locali, attestando che il fenomeno era in realtà assai più diffuso, che aveva
          coinvolto moltissime donne, le quali tuttavia preferivano tacere e occultare quella che
          veniva percepita come vergogna e un’onta anche per l’onore della famiglia. Inoltre in
          vari casi l’esito di questi stupri fu la gravidanza e la nascita dei cosiddetti “figli della
          guerra”, o “figli del nemico”, come venivano chiamati questi bambini, che posero
          le madri, i mariti, le famiglie, la stessa comunità di fronte a dilemmi etici ed ulteriori
          drammi. In molti casi furono le donne stesse a rifiutare quella che veniva percepita
          appunto come un’ulteriore violenza; in altri fu piuttosto il marito, tornato dal fronte,
          a non accettare questa realtà; in altri fu l’intera famiglia a deciderne l’allontanamento.
          Già nel 1918 venne creato a questo scopo a Portogruaro, nell’estrema provincia di
          Venezia, un apposito istituto: l’ospizio dei “Figli della Guerra”, chiamato poi “San








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