Page 146 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE                                      146


          quale erano coinvolti soprattutto gli alunni/e delle scuole: 30.000 quelli preparati dalle
          allieve delle scuole normali di Belluno solo nel primo anno di guerra.
             Il sostegno ai profughi e alle famiglie bisognose, il cui numero si allunga via via nel
          corso della guerra, veniva fronteggiato non solo attraverso la distribuzione di sussidi
          (gestiti da apposite Sotto-Commissioni), ma anche con l’organizzazione di cucine e
          buoni pasto gratuiti: 7.000 quelli preparati quotidianamente a Venezia nel 1915. Una
          fitta rete di associazioni femminili si mobilitava nell’organizzazione della loro acco-
          glienza, nella predisposizione delle strutture, nella raccolta di indumenti e vestiario. Su
          questo fronte risultava particolarmente attiva la commissione femminile della “Trento
          e Trieste”. A Treviso svolgeva un intenso lavoro, accanto a padre Semeria, Maria An-
          tonietta Giacomelli, nipote del filosofo Rosmini, scrittrice emancipazionista e attiva
          interventista, una delle fondatrici dell’associazione interreligiosa Unione per il Bene,
          con sede anche a Venezia.
             Questa attività di soccorso e assistenza si intensificò incredibilmente nelle con-
          tingenze drammatiche della Strafexpedition e soprattutto dopo Caporetto, quando le
          donne dei Comitati divennero esse stesse profughe e si trovarono a dover fronteg-
          giare l’evacuazione delle loro città, perché va sottolineato che anche il trasferimento
          della  popolazione  e  delle  attività  industriali  avvenne  in  vari  casi  sotto  una  guida
          femminile. Maria Pascolato, ad esempio, trasferì il laboratorio dapprima a Cesenati-
          co, poi, nel dicembre 1917, a Genova, dove, a palazzo Musso Piantanelli, si insediò
          una comunità di 233 persone. La “signora Maria” -come veniva chiamata- ne curava
          non solo l’organizzazione economica, ma i bisogni sociali, organizzando momenti
          di svago e di festa, per contrastare lo spaesamento e rinsaldare i riferimenti identitari
          della comunità.
              Un’altra iniziativa peculiare dei Comitati di Assistenza nel territorio veneto fu la
          creazione delle Case del Soldato che nacquero un po’ dovunque, soprattutto dove
          maggiore risultava la concentrazione delle truppe. Particolarmente attive in questa
          iniziativa erano le associazioni cattoliche, in una specie di battaglia morale contro
          la prostituzione e il degrado dei costumi. Si trattava infatti di offrire ai soldati dei
          luoghi di ritrovo diversi dalle osterie o dai casini, dove poter stare nei momenti li-
          beri, socializzando e dedicandosi ad attività diverse: nelle sale, attrezzate con libri e
          giornali, venivano organizzati spettacoli e iniziative, messe a disposizione carta da
          lettere e cartoline per la corrispondenza, che si avvaleva dell’ausilio di un volontaria-
          to per gli analfabeti. Nella sola Casa del Soldato di Padova (una delle più importanti
          del Veneto, retta da un apposito Comitato pro-soldato), nell’arco di poco più di un








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