Page 142 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE 142
Filippo Neri”; tra il 1918 e il 1922 raccolse ben 355 bambini.
Per la prima volta anche in Italia si discusse pubblicamente della legittimità dell’a-
borto in riferimento agli stupri di guerra ed è assai probabile che varie donne vi ab-
biano fatto clandestinamente ricorso, rivolgendosi alle mammane, con ulteriori gravi
rischi per la loro vita. Anche l’infanticidio va compreso in questo tragico scenario,
come sottolineano alcuni storici.
Ma gli stupri non furono l’unica forma di violenza di cui le donne e la popolazione
civile nel suo insieme rimase vittima: più estesa e collettiva fu quella legata al profuga-
to e alla fame. Centinaia di migliaia di famiglie, come abbiamo detto, su ordine delle
autorità militari o spontaneamente si trovarono costrette ad abbandonare le loro case
sotto la minaccia dell’offensiva nemica. Il fenomeno investì dopo Caporetto un ter-
ritorio assai più ampio, che coinvolse, come abbiamo detto, anche le città di pianura.
Chi erano questi profughi? Quale fu la loro sorte e condizione? Al di là dei dati
numerici e delle notizie- spesso rassicuranti- riportate dai bollettini dall’apposito Alto
Commissariato, per capirlo occorre far riferimento alle numerose testimonianze di
questo esodo raccolte dagli storici: lettere, diari, appelli e richieste inviate alle autori-
tà; fonti preziose per ricostruire questa vicenda anche nei suoi risvolti emotivi oltre
che sociali. Si trattava in larga maggioranza di donne, bambini, vecchi che partivano
portando con sé le poche cose che riuscivano a trasportare in un viaggio stremante,
lungo, doloroso, durante il quale alle fatiche, al disagio, alla fame si univano spesso i
drammi di malattie, decessi, disgregazioni del nucleo familiare: non pochi, ad esem-
pio, i bambini smarriti durante la fuga o quelli che non riuscirono a sopravvivere a
questa prova, proprio per le durissime condizioni del viaggio. Ne la Ritirata del Friu-
li (1919), lo scrittore interventista Ardengo Soffici così tratteggia questo esodo tra
Spresiano e Villorba, il 9 novembre del 1917: “Per chilometri, il torrente umano sfila
vicino a noi. É tutto il Friuli e mezzo Veneto ormai che arrivano. Migliaia, decine di
migliaia, centinaia di migliaia di visi emergono dal grigiume amorfo della intermina-
bile fila e si precisano ai nostri occhi. Visi fiorenti, visi emaciati, stanchi, giovanili,
aggrottati, ridenti, irritati, appassionati, muti, oscuri, desolati, visi di pianto, di paura o
di indifferenza” (Soffici, pp. 234-235).
E così gli appare Treviso il giorno dopo:
“A Treviso l’immagine del dolore ricompare e forse più accorante ancora perché
inattesa e meno spiegabile. Perché infatti queste strade deserte mute; queste case e
botteghe chiuse, disertate, su cui s’aggrava come un’ombre di morte, quasi la città fos-
se stata colpita da un flagello, che so io, da un’epidemia? [..] Solo i giardini, i piazzali
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