Page 170 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE 170
alle proprie prerogative sociali oppure ad esigenze sentite come primarie. Maria Zanetti
Bianchi, profuga di Udine a Vasto (Chieti) lamentava ad esempio come nella cittadina
abruzzese non vi fossero scuole di musica per far studiare i suoi figli – «il luogo dove di-
moriamo non è affatto per noi, ma bensì per agricoltori» – diversamente invece da grandi
città come potevano essere Roma o Milano ; più modeste erano le pretese di Adelaide
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Levis, profuga di Mestre e residente a Monteodorisio (Chieti), che per far continuare gli
studi ai propri figli si accontentava di essere trasferita se non nel capoluogo, dove inizial-
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mente era stata destinata, almeno proprio a Vasto .
Detto dell’importanza che il profugato assunse per le donne come momento di scrit-
tura, molto diverse, e peraltro deludenti, sarebbero state le rappresentazioni posteriori
fornite da una letteratura che definire minore è un eufemismo. Le profughe trevigiane
dei racconti di Nevra Garatti, ad esempio, sembrano delle protagoniste di romanzo d’ap-
pendice che conducono un’esistenza quasi normale, piuttosto che donne sbalzate nel
dopo Caporetto in diverse città d’Italia. Certo, la loro provenienza cittadina le qualifica
subito come sfollate volontariamente e come “borghesi”, con tutte le differenze del caso
rispetto alle altre profughe, come “cittadine” che cercano “la città”. Il testo e la prosa
sono davvero insignificanti, ma se proprio vogliamo trovare un climax – forse l’unico per
il discorso che andiamo facendo – lo possiamo individuare nel primo racconto ambienta-
to a Milano, nel quale due profughe sono costrette ad impegnare i loro oggetti di valore:
Un senso di vergogna, come fossero spogliate e denudate in pubblico, le prostrava
in un totale avvilimento. Quand’ebbero ricevuto in cambio trentacinque lire si af-
frettarono a sottrarsi a tutti quegli sguardi che conoscevano ormai la loro miseria.
Fuori camminarono rapide come fuggissero da un luogo contagioso e presto, nel
tumulto della grande città, furono riafferrate dalla vita, che insegnava loro, senza
quasi ne avessero coscienza, ad adattarsi alle sue esigenze più dure e spietate .
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61 ACS, Alto commissariato, b. 8, fasc. 103, Maria Zanetti Bianchi a Giuseppe Girardini, 1° febbraio
1918.
62 IVSLA, Carte Luzzatti, b. 135, fasc. 3, Sottoprefetto di Vasto a Prefetto di Chieti, 21 maggio 1918.
63 Nevra Garatti, Profughe, Rizzoli & C. Editori, Milano-Roma 1942, p. 33.
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