Page 165 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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          molare Comitati e Patronati profughi a creare laboratori di cucito per impiegare la
          manodopera femminile che per attitudine non poteva essere impiegata nelle industrie
          o in agricoltura . In un primo momento destinati alla confezione e alla fornitura
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          d’indumenti per i profughi stessi, successivamente molti di questi laboratori accetta-
          rono lavori per conto delle amministrazioni pubbliche, in particolare per i comandi
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          militari . Accanto ai laboratori venne suggerita anche l’organizzazione del lavoro a
          domicilio per tutte le profughe che per ragioni familiari non potevano allontanarsi
          dalla loro residenza.
             Il laboratorio d’indumenti e di cucito divenne in breve tempo, anche per la pro-
          paganda, la dimensione del lavoro femminile, in particolare proprio quello delle pro-
          fughe. In effetti, i laboratori di questo tipo si moltiplicarono un po’ in tutta Italia,
          anche in centri minori ed isolati, aperti a cura di Comitati e Patronati, ma anche della
          Croce Rossa Americana. In queste strutture venivano impiegate in media dalle 20
          alle 50 profughe, per la maggior parte molto giovani; spesso questi laboratori erano
          affiancati da scuole di sartoria, di cucito o di ricamo dove le ragazze potevano impa-
          rare i rudimenti del mestiere. Particolarmente attive da questo punto di vista furono
          le profughe veneziane. A Livorno venne creato un laboratorio, grazie all’impulso di
          Ida Bottari Tonello che a Venezia ne aveva tre di questo tipo, dove lavoravano una
          settantina di ricamatrici. Molta importanza da parte della propaganda venne data al
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          laboratorio diretto a Genova da Maria Pezzè Pascolato . Come a Venezia, la parte
          principale era rappresentata dalla lavorazione di indumenti militari che impegnava
          inizialmente circa un centinaio di operaie, nella totalità veneziane, anche se in seguito
          veniva assunta anche qualche profuga friulana. Venne creata anche una scuola di mer-
          letti – i disegni erano dall’artista Achille Tamburini – per assicurare per il dopoguerra
          una buona maestranza in quest’arte, e dove trovavano impiego 120 profughe che vi-
          vevano e lavoravano in comune . Normalmente, oltre alle profughe, molti laboratori
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          41  Le profughe e il lavoro, «Collocamento e Lavoro», 10 gennaio 1918. Si trattava del «Bollettino quindi-
             cinale dell’Ufficio Centrale di Collocamento del Consorzio Nazionale di Emigrazione e Lavoro» e
             supplemento a «Emigrazione e Lavoro».
          42  Sull’importanza che questi laboratori avevano assunto fin dall’inizio della guerra per l’economia e il
             lavoro femminile, si veda Beatrice Pisa, Una azienda di Stato a domicilio: la confezione di indumenti militari
             durante la grande guerra, in «Storia contemporanea», 6, XX, 1989, pp. 953-1006.
          43  Bruna Bianchi, Venezia nella Grande guerra, in Storia di Venezia. L’Ottocento. 1797-1918, a cura di Stuart
             Woolf, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002, p. 403. Valeria Vampa, Da Genova. I Profughi
             friulani all’Albergo Popolare di Corso P. Oddone a Genova, «Giornale di Udine», 7 marzo 1918.
          44  Viator, Una grande famiglia veneziana, «Il Gazzettino», 2 giugno 1918.







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