Page 164 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE 164
punto di vista immigrate e profughe erano su piani diversi, per quanto riguardava
le condizioni di vita entrambe le categorie di lavoratrici dovevano fare i conti con
gli stessi problemi, a cominciare dall’alloggio e dalle disponibilità alimentari ; co-
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mune era infatti l’avversione nei loro confronti da parte della popolazione locale,
preoccupata per la scarsità degli approvvigionamenti e il paventato razionamento dei
generi che a partire dalla primavera del ’18 veniva ad essere introdotto un po’ ovun-
que, in particolare nelle località a forte presenza operaia. Se il fatto di non essere un
gruppo organizzato, riconoscibile e dunque riconosciuto, costituiva un tratto comune
alle operaie profughe, leggermente diversa era la situazione di coloro che lavoravano
presso le industrie venete trasferite in altri distretti. Come del resto diversa ancora, e
per certi versi migliore, era la condizione delle profughe impiegate in agricoltura, in
lavori che comunque duravano poche settimane. In questo caso il grado di maggiore
organizzazione consentiva di aumentare, per quanto possibile, anche il livello di con-
flittualità sociale, fatto non trascurabile durante l’ultimo anno di guerra.
La presenza, soprattutto durante i primi mesi, di numerose profughe disoccupate
poteva favorire non solo la diminuzione del costo del lavoro, ma consentire episodi di
ricatto delle parti padronali nei confronti della manodopera locale; sul finire del marzo
1918, ad esempio, presso lo stabilimento della Società Metallurgica Italiana di Livorno
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vennero licenziate 25 operaie, immediatamente sostituite da altrettante profughe . Il
livello dei salari delle profughe impiegate nelle industrie era in linea con quello delle
altre operaie, secondo delle gerarchie che stabilivano una retribuzione media di circa
la metà rispetto a quella della manodopera maschile; soltanto nelle lavorazioni a cot-
timo questa differenza salariale era meno evidente. Negli ultimi mesi di guerra questo
divario tra le retribuzioni maschili e quelle femminili diminuiva radicalmente grazie
all’introduzione dell’indennità caroviveri, che se da un lato praticamente raddoppiava
il salario, dall’altro costituiva una misura del tutto virtuale a causa dell’aumento, decisa-
mente superiore, del costo della vita . In generale i salari erano comunque molto bassi,
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a fronte di orari di lavoro che di norma erano di 12 ore, ma spesso anche superiori.
Continua preoccupazione dell’Alto commissariato per i profughi fu quella di sti-
38 Laura Savelli, Contadine e operaie. Donne al lavoro negli stabilimenti della Società Metallurgica Italiana, in «An-
nali dell’Istituto “Alcide Cervi”», XIII, 1991, pp. 119-132.
39 ACS, A5G, b. 50, fasc. 108, s/fasc. 15, Prefetto di Livorno a Ministero dell’Interno, 31 marzo 1918.
40 Laura Savelli, Reclute dell’esercito nelle retrovie. La «nuova» manodopera femminile nell’industria di guerra (1915-
1918), in Comune di Carpi, Operaie, serve, maestre, impiegate. Atti del convegno internazionale di studi
Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea: continuità e rotture (Carpi 6-7-8 aprile 1990), a cura di Paola
Nava, Rosemberg & Sellier, Torino 1992, pp. 422-443.
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