Page 160 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE 160
potuto avere indumenti di sorta e vado ora deperendo sensibilmente in salute
per il clima troppo caldo e non salutare, specie per noi altri, nati e cresciuti tra
le alpi nevose e abituati a respirare aure più pure. Qui non si può avere neppure
l’acqua per lavarsi e devo pagarla a caro prezzo, diffalcando la spesa dall’esigua
paga di lire due al giorno. Con l’enorme crescente rincaro dei viveri devo pen-
sare a tutto con sole due lire; nè posso andare in cerca di decorosa occupazione,
vergognandomi di uscire dal mio ricovero così malandata e indecentemente ve-
stita. Io che, come ogni persona bene educata, non voglio scompagnarmi dalla
decenza, come posso a questa pensare, se le due lire non bastano a sbarcare il
lunario giornaliero del solo vitto? E come fare, se qualche giorno non ho che il
solo pane per sostenermi? 20
Al disagio provocato dalle condizioni materiali si affiancava la vergogna che le
profughe provavano nel chiedere qualcosa o semplicemente nell’avanzare un’istanza,
soprattutto se questa richiesta veniva inoltrata ad una persona conosciuta a cui era
noto il passato stato di agiatezza. Ad esempio una profuga, di Padova residente a
Roma, scriveva che non aveva mai chiesto alcun sussidio, perché la sua passata con-
dizione sociale «non le permetteva di subire l’alta umiliazione di chiedere aiuto alla
carità altrui» ; ogni remora però era caduta ora che le sue condizioni erano diventate
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insopportabili. In alcuni casi era proprio l’umiliazione nel chiedere che veniva pudica-
mente palesata: «Finché si aveva il sussidio non ho disturbato nessuno, per domanda-
re nessun aiuto, perché per dire la verità mi vergogno, ma ora sono troppo alle strette,
e son costretta a fare questo passo» . Nella nuova condizione si cercava dunque di
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nascondere in ogni modo la miseria, innanzitutto evitando di chiedere un soccorso ai
Comitati o ai Patronati locali:
“Fin che mi trovavo nel mio paese conosciuta da molti, la miseria non bussa-
va tanto dolorosamente alla porta perché la popolazione cercava di rendermi
meno amara l’esistenza, ma ora qui, in questo paese estraneo della Lomellina, la
vita mi torna più dura. Buona gente ve ne sono ma... non a tutti io oso palesare
la mia miseria. […]
20 ACS, Comitato parlamentare veneto, fasc. 150, pratica 15190, Anna Centis a Francesco Rota, 8 luglio
1918.
21 ACS, Comitato parlamentare veneto, fasc. 152, pratica 15345, Ada Manetti Francia a Comitato parla-
mentare veneto, 17 giugno 1918.
22 ACS, Comitato parlamentare veneto, fasc. 8, s/fasc. «Francesco Rota», Maria Ergesti a Francesco Rota,
18 agosto 1919.
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